Doveva essere un voto sulla Costituzione ma alla fine è stato anche un esame per il governo. Renzi ha perso la sfida della riforma costituzionale in modo più netto di qualsiasi previsione dei sondaggi, sopratutto perché nelle urne i giovani e il sud hanno voluto far sentire massicciamente un disagio sociale sottovalutato da chi regge il Paese. La personalizzazione del voto da parte del presidente del Consiglio ha inoltre fornito ai suoi avversari,dentro e fuori al Pd, un'occasione facile e insperata per metterlo in difficoltà. L'elevata partecipazione rende ancora più rilevante il peso della sconfitta.
Oltre alla debacle del premier, l'altro elemento significativo che emerge dalla consultazione referendaria è l'amore dei cittadini italiani per la Costituzione che ha saputo garantire in Italia 70 anni di democrazia. Già Berlusconi nel precedente tentativo di riforma del 2006 dovette scontrarsi con lo zoccolo duro degli elettori che ha ben più fiducia nella classe politica del 1948 rispetto a quella attuale. Una quota rilevante di popolazione vede dunque nella Carta un punto di riferimento ancora solido in un'epoca di ben scarse certezze. Ciò non significa che la Costituzione non possa essere migliorata in quelle parti che sentono maggiormente l'usura del tempo . Ma forse i politici ora ci penseranno due volte prima di usarla per farsi propaganda.
Disagio sociale e fiducia nella Costituzione
La navetta parlamentare: un falso problema
In un sistema bicamerale, la navetta parlamentare è il passaggio ripetuto di un progetto di legge da una camera all'altra prima dell'approvazione definitiva. Secondo il procedimento di bicameralismo paritario in vigore in Italia un progetto per essere tradotto in legge deve essere approvato da entrambi i rami del Parlamento con lo stesso testo. I sostenitori della riforma costituzionale Renzi- Boschi affermano che eliminando il bicameralismo perfetto si ridurrebbero di molto le navette parlamentari, aumentando così notevolmente la produttività legislativa del Parlamento.
In realtà uno studio dell'associazione Openpolis sulle leggi approvate dall'inizio dell'attuale legislatura dimostra l'impatto già ora contenuto della navetta sull'attività parlamentare. Infatti delle 252 leggi sinora approvate nella XVII legislatura solo 50 hanno richiesto la navetta con tre o più passaggi parlamentari, mentre per le altre 202 leggi è stato sufficiente l'iter ordinario di due approvazioni. Ugualmente modesta è stata l'influenza della navetta sul complesso del dibattito parlamentare: solo il 4% del tempo in più è stato utilizzata per discussioni di leggi che sono andate oltre la seconda approvazione.
Un Mattarellum 2.0 per superare l'Italicum
A fronte della disponibilità manifestata da Renzi a rivedere la legge elettorale, Stefano Passigli ha lanciato l'idea di un Mattarellum corretto che assegnerebbe 475 seggi in altrettanti collegi regolati dall'uninominale maggioritario. Fatti salvi i 12 seggi della circoscrizione estero, altri 90 seggi andrebbero al primo partito come premio di maggioranza, 30 seggi al secondo partito, e 23 seggi sarebbero redistribuiti come diritto di tribuna trai partiti minori che hanno conseguito a livello nazionale una percentuali di consensi compresa tra il 2 e il 20%. A mio parere si tratta di un buon punto di partenza nella discussione su un eventuale superamento dell'Italicum, poiché in essa vi sono racchiusi gli aspetti più virtuosi del maggioritario in termini di sovra-rappresentazione dei partiti maggiori ( che di conseguenza favorirebbe la stabilità del rapporto fiduciario tra maggioranza e governo) e di creazione di un legame più stretto tra elettori e candidati di collegio, garantendo comunque la rappresentanza in parlamento delle formazioni più piccole.
Italicum: i nodi del premio di maggioranza e della soglia di sbarramento
Perchè i cittadini dovrebbero occuparsi di sistemi elettorali, in un contesto di grave crisi economica in cui la maggior parte deve sforzarsi in ogni modo di trovare i soldi per arrivare a fine mese? Perchè si è appunto cittadini, e dalla bontà del sistema elettorale deriva la possibilità per il governo di essere sostenuto da una maggioranza solida e stabile, che consenta all'esecutivo di assumersi le responsabilità di dare adeguate risposte alle istanze del popolo sovrano.
E da cittadino mi sento di valutare due punti del sistema elettorale in cantiere, il cosiddetto Italicum, da cui dipende a mio parere la possibilità di instaurare un sano rapporto di collaborazione tra governo e maggioranza, nonché una dialettica costruttiva con le forze di opposizione.
Il primo elemento è dato dall'assegnazione del premio di maggioranza che nel Porcellum veniva assegnato alla coalizione con la conseguenza di favorire alleanze elettorali tra forze politiche eterogenee che inesorabilmente si sfaldavano quando si doveva governare. Molto meglio che il premio di maggioranza sia assegnato alla singola lista più votata che potrà agire vedendosi ridurre di molto il potere ricattatorio delle forze politiche più piccoli, e con molti meno alibi nel caso in cui non riesca a realizzare il programma presentato agli elettori.
Sul potere dei partiti minori incide anche la soglia di sbarramento. Se fissata a una percentuale alta avremo un quadro politico notevolmente semplificato tanto più se associata al premio di maggioranza dato alla lista. Qualora invece la soglia si attestasse attorno al 3-4% in presenza di un premio alla coalizione si ripresenterebbero molte delle complicazioni già avute con il Porcellum. Con il premio di lista per lo più saremmo invece di fronte a un diritto di rappresentanza garantito alle minoranze che potrebbe coesistere con il diritto-dovere della maggioranza di attuare il proprio programma di governo.
L'Italicum solo alla Camera: escamotage per evitare il voto
La scelta di far entrare in vigore solo alla Camera la nuova legge elettorale - il c.d Italicum- in attesa di attuare la trasformazione del Senato in una camera non elettiva, rende impraticabile l'ipotesi di tornare al voto prima che venga realizzata tale riforma costituzionale. Si tratta di una mostruosità politico-giuridica; ciononostante i suoi sostenitori affermano che si è trattata di una scelta obbligata perchè sarebbe stato impossibile votare per due eventuali ballottaggi. Tale giustificazione è del tutto insensata visto che applicando l'Italicum anche al Senato nel migliore dei casi avremmo avuto una maggioranza con numeri molto ampi in entrambi i rami del parlamento, e nel peggiore dei casi si sarebbe dovuto far ricorso alle larghe intese, esattamente come è avvenuto con i governi Monti e Letta.
Al contrario le cose peggiorerebbero e di molto se la riforma del Senato non dovesse andare in porto: in questo caso al premio di maggioranza previsto alla Camera per la coalizione vincente, si contrapporrebbe un Senato eletto con metodo proporzionale puro - cioè il vecchio sistema del Porcellum depurato dalle parti cassate dalla Corte Costituzionale. La conseguenza sarebbe una frammentazione ancora più marcata di quella che abbiamo conosciuto finora, con una miriade di piccoli partitini con percentuali di consenso infinitesimali che avrebbero la possibilità di entrare al Senato, e di consguenza la probabile necessità per il governo di appoggiarsi anche su molti di loro per avere la maggioranza.
Tra l'altro non è affatto certo che si riesca davvero ad eliminare il Semato elettivo e il bicameralismo perfetto: il processo di revisione costituzionale richiede tempo e due passaggi in ciascun ramo del Parlamento per essere approvato. Nel frattempo c'è da attendersi che molti senatori cercheranno con ogni stratagemma di affossare quel progetto che qualora approvato significherebbe il loro suicidio politico.
Il dibattito su legge elettorale e riforme: seria volontà o teatrino della politica?
La politica italiana sembra intenzionata a passare l'estate discutendo di riforme istituzionali ( presidenzialismo, semipresidenzialismo, sfiducia costruttiva ecc). Tutti temi importanti ma su cui per giungere a un qualche risultato occorre il tempo necessario per modificare la costituzione, che si preannuncia piuttosto lungo giacchè come specificato dall'art 138 della Carta la revisione costituzionale richiede un doppio passaggio parlamentare e in seconda lettura una maggioranza qualificata in alternativa a un refererendum confermativo.
C'è da chiedersi come mai ci sia questo stato questo improvviso risveglio nel voler cambiare la struttura della repubblica a fine legislatura, dopo che per quattro anni ci si è crogiolati nella più assoluta inerzia. Tanto più che per una buona riforma elettorale che mandi in soffitta il Porcellum si potrebbe fare in poche settimane: basterebbe copiare i sistemi elettorali che ci sono già in altri Paesi e che funzionano ( ad esempio il nostro più rinomato politologo, Giovanni Sartori, da tempo suggerisce il maggioritario a doppio turno sul modello francese). Visto il poco tempo a disposizione e la non eccelsa qualità delle intelligenze sarebbe auspicabile che la volontà riformatrice si concentrasse sugli obiettivi più facilmente raggiungibili. A meno che tutto il dibattito nasconda l'ennesimo teatrino all'italiana in cui si dichiara l'intenzione di cambiare salvo poi voler lasciare le cose come stanno.
Il governo tecnico ultima spiaggia dell'Italia nel dopo Berlusconi
Nemmeno l'annuncio delle prossime dimissioni di Berlusconi subito dopo l'approvazione della legge di stabilità sembra dare respiro alle Borse che hanno registrato un ulteriore crollo mentre lo spread tra Btp e titoli tedeschi si è alzato fino a 575 punti. Forse i timori non riguardano solo un possibile tentativo del Cavaliere di allungare i tempi, ma coinvolgono una sfiducia nel complesso del sistema politico italiano. Con questa legge elettorale infatti non è garantito che l'esito delle urne possa fare emergere una solida maggioranza in grado di governare. E' forte il rischio di replicare le condizioni dei governi Prodi e Berlusconi sostenuti da esigui numeri in Parlamento e con coalizioni eterogenee e litigiose. Questa è la grande differenza con la Spagna dove non si ebbe lo stesso effetto di panico all'annuncio delle elezioni anticipate: a Madrid sanno che chiunque vincerà le elezioni sarà messo in condizione di potersi assumere le responsabilità di governo. Nessuna delle forze politiche sembra poi in grado di sostenere il peso delle misure lacrime e a sangue ( e dunque necessariamente impopolari) necessarie per far uscire l'Italia dai guai.
Un governo tecnico guidato da personalità di sicura competenza e autorevolezza internazionale, come Mario Monti, che spedisca in soffitta il Porcellum e affronti con decisione e immediatezza l'emergenza è quantomai necessario. Una volta create le condizioni per superare la tempesta la parola potrà tornare alla politica e al giudizio del popolo sovrano
Sciogliere una sola Camera: Berlusconi e la soluzione plebiscitaria alla crisi
L'ultima estemporanea proposta di Berlusconi per risolvere la crisi a suo favore è quella di procedere al solo scioglimento di un solo ramo del Parlamento nel caso in cui ottenga la fiducia al Senato ma non alla Camera. L'art 88 della Costituzione effettivamente prevede la possibilità che il Capo dello Stato possa sciogliere una sola Camera. Alla base di questa disposizione vi è il fatto che originarimente era prevista per le due Camere una legislatura di diversa durata: sei anni per il Senato , cinque per la Camera. Accorgendosi dei problemi pratici che questa discrepanza temporale avrebbe provocato si è provveduto di fatto a disapplicare sin dall'inizio questa norma provvedendo a sciogliere contestualmente le Camere ( il Senato veniva sciolto un anno prima della sua scadenza naturale) fino a quando negli anni 60 si è portata la legislatura del Senato a cinque anni.
L'ipotesi propugnata dal Cavaliere dunque non è stata mai applicata perché considerata dai suoi stessi estensori generatrice di confusione istituzionale. Una analogia situazione la vivremo oggi con l'ipotesi di andare a votare immediatamente per la sola Camera dei deputati e nel 2013 per il Senato ( dove il Cavaliere ritiene di poter avere ancora la maggioranza). Si creerebbe un precedente che porterebbe a sfasare la scadenza temporale della legislatura nei due rami del Parlamento con la prospettiva di dover andare incontro ogni due anni a possibili modifiche delle maggioranze parlamentari con conseguente ulteriore instabilità di governo.
Inoltre votare solo per la Camera avrebbe come scopo unico quello di decidere se confermare o meno la maggioranza già esistente al Senato. Il voto per rinnovare il Parlamento assumerebbe il significato di un pronunciamento plebiscitario sulla persona di Berlusconi con un forte condizionamento dell'elettorato a optare per la permanenza in sella del Cavaliere, visto che qualora si dovesse confermare una maggioranza diversa nelle due Camere il ricorso alle urne si rivelerebbe inutile e obbligherebbe a indire nuove elezioni ( con ulteriori spese di tempo e denaro per il contribuente).
Insomma un autentico pasticcio che ha come unico scopo di consentire a Berlusconi di mantenersi al potere.
Berlusconi e il mandato a governare ricevuto dagli italiani. La sovranità popolare tramutata in populismo
Berlusconi sostiene che lui è solo lui ha diritto di governare perchè è stato eletto del popolo. Ma la nostra Carta costituzionale ( art 1 comma 2) recita che il popolo esercita tale sovranità nelle forme e nei limiti da essa prevista. E la forma prevista dalla costituzione per il nostro ordinamento è la repubblica parlamentare. Il che significa che il popolo sceglie il titolare del potere esecutivo non direttamente, ma tramite i rappresentanti da lei eletti in Parlamento.
Maggioritario a doppio turno: la ricetta elettorale di Sartori per l'Italia
Il professor Giovanni Sartori in un'editoriale per il Corriere della Sera boccia l'idea di uninominale maggioritario come alternativa al Porcellum. Secondo Sartori in un sistema frazionato come quello italiano il maggioritario secco premia il potere di ricatto dei piccoli partiti che sanno di non poter vincere ma la cui base di consenso risulta necessaria per il successo dei partiti più importanti. A conferma della bontà delle sue tesi Sartori ricorda la fallimentare esperienza del Mattarellum. In realtà il Mattarellum presentava una quota del 25% di proporzionale , decisiva per garantire l'influenza dei piccoli partiti. Tuttavia mi sento di condividere la posizione di Sartori quando suggerisce il maggioritario a doppio turno come sistema elettorale che non presenta i difetti del maggioritario secco.
Alle Regionali del trionfo della Lega, manca l'effetto-traino di Berlusconi e cala il PD
Le elezioni regionali del 2010 vedono il sorpasso del centro destra anche nel governo locale. Prima del voto del 28 e 29 marzo la sinistra governava 14 regioni su 20; adesso dopo le quattro regioni ( Piemonte, Lazio, Campania, Calabria) è il centro sinistra ad avere il controllo di 11 Giunte regionali che amministrano una popolazione di 42 milioni. Il partito che incrementa maggiormente i consensi è la Lega: Il Carroccio raddoppia la sua base elettorale con un milione e 370 mila voti in più rispetto alle precedenti regionali del 2005. La grande novità è che l'avanzata del Carroccio non si limita al tradizionale terreno di caccia padano ( dove va comunque il sorpasso effettuato in Veneto ai danni del PDL come primo partito) ma si estende alle zone rosse: La lega aumenta i supoi consensi del 165% in Emilia Romagna, li raddoppia in Toscana, li triplica nelle Marche, li incremetna di sei volte nelle Marche. A fronte del successo leghista va registrata a sinistra la crisi di consenso del PD: Il partito Democratico perde due milioni di voti rispetto al 2005. la perdita è generalizzata ma particolarmente pronunciata in tre delle quattro regioni espugnate dal centrodestra ( in Calabria con oltre il 50%; in Campania e Piemonte circa il 30%; più contenuta nel Lazio con il 14%). Ad avvvanttaggiarsi del calo del PD è l'Italia dei Valori che dopo la Lega è il partito che registra l'incremento maggiore con 1 milione e 227 mila voti in più, pur partendo da un precedente dato di partenza assai basso.
Per quanto riguarda il PDL, al contrario di quanto affermano i suoi sostenitori, non c'è stato l'effetto trainante di Berlusconi sul centrodestta: il popolo della Libertà perde rispetto al 2005 oltre un milione di voti. il Dato va però interprtato tenedno conto che quasi 600000 voti sono stati persi nel Lazio a causa della mancata prsentazione della lista in provincia di Roma. Ciò detto il calo del PDL è marcato anche in molte regioni settentrionali Piemonte (–178 mila, –27%), Lombardia (–162 mila, – 11%), Veneto (–154 mila, –22%) – e “rosse” – Emilia-Romagna (–99 mila voti, -16%), Toscana (–95 mila, –19%).
Le elezioni regionali hanno visto un notevole riequilibrio dei rapporti di forza in entrambi gli schieramenti: nel 2005 Forza Italia e AN ( poi fusi nel PDL) avevano un consenso di 5,1 volte superiore a quello della Lega. Nel 2010 questo rapporto è sceso a 2,2. Stessa cosa dicasi per il centro-sinistra dove dal 2005 al 2010 l'incidenza dei consensi del Partito di Di pietro sull'intera coalizione è cresciuto dal 4% al 21%. Difficilmente i dirigenti nazionali dei due schieramenti potranno ignorare questi verdetti.
Per quanto riguarda le formazioni minori, L'UDC ha perso il 15% dei voti ( -227000) rispetto al 2005. Il calo è stato più marcato nelle regioni in cui il partito di Casini ha scelto di allearsi con il centro sinistra. Ma l'autentico crollo si è avuto per le formazioni della sinistra radicali che nonostante l'exploit di Vendola in Puglia hanno perso 1 milione 274 mila voti attestandosi su un modesto 3% a livello nazionale e confermando di subire la concorrenza di altre formazioni come l'IDV a cui si è aggiunta in questa tornata il movimento di Beppe Grillo che nelle 5 regioni in cui si è presentata ha ottenuto 390000 voti: un interessante risultato per una formazione che se presentava alle urne per la prima volta.
FONTE: ISTITUTO CATTANEO SU DATI MINISTERO INTERNO E REGIONI CALABRIA, PUGLIA, MARCHE, TOSCANA
Chavez come Berlusconi: Giovanni Sartori e le democrazie populistiche. Quali anticorpi contro tali derive ?
In interessante editoriale sul Corriere della Sera Giovanni Sartori esprime le sue preoccupazioni per la degenerazione in senso populistico delle democrazie, con governi che sarebbero capaci di dare alla loro politiche una prospettiva focalizzata esclusivamente sul contingente in quanto ossessionati dalla costante ricerca del consenso immediato. Le osservazioni del celebre politologo sono condivisibili. Resta da capire quali possano essere gli strumenti per frenare questa progressiva degradazione. Non si può certo pensare di ritornare al dispotismo di tipo orientale che Sartori descrive come esempio di efficienza fatto però a prezzo di lacrime e sangue.












