Dopo quasi tre mesi vissuti sull'orlo di una crisi di nervi, l'Italia ha finalmente un governo in grado di poter operare nella pienezza delle sue funzioni. In un'altalena emotiva fatta di tatticismi, rilanci propagandistici, crisi istituzionali minacciate ma poi scongiurate, e con la prospettiva costante di un immediato ritorno alle urne è emersa con forza la figura di Sergio Mattarella.
Il presidente della Repubblica ha esercitato il suo ruolo alternando il bastone e la carota, mostrando pazienza per consentire alle forze politiche di trovare le necessarie convergenze, ma non esitando ad agitare lo spauracchio del governo tecnico per stimolarle ad assumersi le proprie responsabilità di fronte al Paese. L'episodio più controverso, su cui si sono divisi osservatori e costituzionalisti, è stato quello del rifiuto della nomina del professor Savona a ministro dell'economia a causa delle sue posizioni fortemente euroscettiche. A mio parere in tale circostanza la fermezza di Mattarella era opportuna: il presidente della Repubblica è il garante della solidità dell'ordinamento di cui l'euro è elemento strutturale. Se si voleva mettere in discussione la nostra partecipazione alla moneta unica europea bisognava farlo a partire dalla campagna elettorale,aprendo un dibattito in cui l'opinione pubblica potesse valutare in modo approfondito le conseguenze di una scelta così importante. Il piano per uscire all'improvviso dall'euro di cui il professor Savona è coautore non è compatibile con la necessità che l'Italia abbia sul tema una posizione chiara e trasparente. Le ambiguità e le incertezze possono costare molto caro , visto il pesante debito pubblico italiano e la necessità di chiedere in presto circa 400 miliardi all'anno per finanziare il funzionamento della macchina statale, a partire da servizi essenziali come la scuola, la sanità e l'ordine pubblico. Piuttosto, di fronte a una crisi così caotica il Quirinale avrebbe forse potuto essere più puntuale sul piano della comunicazione in modo da togliere qualsiasi alibi ai politici, ma nel complesso il presidente della Repubblica ha saputo garantire stabilità e autorevolezza alle istituzioni e per questo come voto si merita un bel 8.
Da segnalare anche il ruolo giocato da Carlo Cottarelli, che nella scomoda veste di presidente incaricato per pochi giorni, ha agito con discrezione e eleganza, e nel congedarsi ha ringraziato sottolineando come qualsiasi governo politico fosse meglio di un governo tecnico che traghettasse l'Italia di nuovo alle elezioni. A lui per aver mostrato uno spirito da servitore dello Stato: voto 9.
Matteo Salvini si è mosso con l'abilità di un consumato negoziatore e pur partendo da quasi la metà dei voti dei Cinque Stelle è riuscito a ritagliarsi un ruolo pesante nella squadra di governo, riservando alla Lega la scelta di ministeri chiave come gli Interni e l'Economia. Fino all'ultimo è rimasto tentato dall'opzione elettorale per monetizzare il consenso che i sondaggi davano in netta ascesa. Resta l'impressione che per lui sarà molto complicato il passaggio dalla modalità propaganda h24 a quella dello statista. Per lui voto 6,5.
Luigi Di Maio è l'autore dell'impeachement allo yogurt, scaduto 48 ore dopo essere stato proposto. Una delle scene più grottesche della storia repubblicana, dove la farsa si fa comunque preferire alla tragedia. Accortosi dello scivolone è tornato a Canossa, offrendo collaborazione a Mattarella e salvandosi in extremis con la proposta di dirottare Savona ad altro ministero. Dopo essersi mosso bene in campagna elettorale ha gestito male il post-voto. Confusionario: voto 5
Giorgia Meloni: anche lei è partita in quarta con la richiesta di impeachement per poi invertire la rotta, forse nella vana speranza di trovare all'ultimo momento uno spazio nel nascente governo. Ha replicato di Maio, con l'aggravante dell'irrilevanza. Voto 4.
Giuseppe Conte: professore e avvocato senza alcuna esperienza di incarichi politici e amministrativi, si ritrova ad essere presidente del Consiglio in un governo con due vicepresidenti piuttosto ingombranti. E' auspicabile che possa esercitare il suo ruolo come richiesto dall'articolo 95 Costituzione che gli conferisce la responsabilità della direzione della politica del governo. Saprà dirigere, o verrà diretto da Salvini e Di Maio? Nell'attesa di scoprirlo per lui un 6 di incoraggiamento.
Silvio Berlusconi: non ha nascosto il disagio per aver ceduto a Salvini la guida della coalizione di centro destra e alla fine ha dato il suo via libera alla Lega per l'alleanza di governo con i pentastellati. Ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco nella consapevolezza che un ritorno immediato al voto avrebbe fortemente penalizzato Forza Italia. Cerca di prendere tempo per sopravvivere politicamente. Voto 5,5
Partito Democratico: ostaggio delle solite divisioni interne, ha rinunciato ad esercitare qualsiasi ruolo nella crisi. Al momento la strategia politica elaborata dai suoi dirigenti è quella di mangiare i pop-corn. Voto: non pervenuto.
Dal 4 marzo al governo Conte. Pagella di una crisi istituzionale sfiorata.
La politica dei veti incrociati e la realtà del Paese
Salvini vorrebbe fare un governo con i Cinque stelle che però non intendono in alcun modo allearsi con Forza Italia. Berlusconi a sua volta guarda al Partito Democratico, ma è costretto a fare i conti con l'assoluta contrarietà leghista a rivolgersi allo schieramento verso le cui politiche ha fatto strenua opposizione in questi ultimi sette anni.
Sono trascorsi cinqquanta giorni dalle elezioni politiche ma la politica italiana si contorce su se stessa, sopraffatta dai veti incrociati, con un Parlamento immobilizzato dall'impossibilità di formare le commissioni, in attesa di conoscere gli equilibri tra maggioranza e opposizione ancora da definire, in un clima di perenne campagna elettorale amplificata dalle consultazioni regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia.
Il presidente Mattarella richiama le forze politiche alla responsabilità di dare un esecutivo all'Italia, rammentando le incombenze dei fragili conti pubblici e la necessità di essere pronti ad affrontare le sfide internazionali ed europee. Sinora le sollecitazioni del Quirinale non hanno sortito effetto e così si allarga la distanza tra le istituzioni e le esigenze del Paese reale
Salvini e Berlusconi, alleati diffidenti
Le elezioni per i presidenti delle due Camere hanno messo a serio rischio l'unità del centrodestra: l'intransigenza iniziale di Forza Italia sul nome di Paolo Romani come candidato alla presidenza del Senato, veniva superata dall'iniziativa di Salvini che senza consultarsi con gli alleati proponeva l'alternativa di Anna Maria Bernini. Il comunicato di Berlusconi che parlava apertamente di atto ostile e smascheramento dell'alleanza di governo tra Lega e Cinque Stelle sembrava poter condurre a una clamorosa e definitiva rottura. Poi le trattative notturne hanno portato a un riavvicinamento e alla convergenza sulla figura della Maria Elisabetta Alberti Casellati, poi eletta al più alto scranno di Palazzo Madama.
Si tratta di un episodio che tuttavia conferma le diffidenze esistenti tra Salvini e Berlusconi, con il giovane leader leghista scalpitante alla conquista di una leadership sempre più consolidata e l'ex cavaliere restio ad accettare un ruolo di secondo piano nella coalizione e timoroso di venire ulteriormente disarcionato dalle vigorose spallate dell'alleato. Resta da capire quanto potrà durare e rimanere solida una convivenza politica che già ad inizio legislatura manifesta evidenti scricchiolii.
Nel campo pentastellato Di Maio assistendo alle altrui scaramucce si è mosso con l'abilità di un consumato tattico: intuendo le iniziali resistenze ha dapprima proposto come cavallo di Troia il nome di Fraccaro per la presidenza della Camera, per poi puntare decisamente e con successo su Roberto Fico in teoria meno gradito agli avversari per il suo carattere movimentista, ma ben sapendo che la destra aveva interesse a chiudere i giochi nel timore che un eccessivo allungamento dei tempi portasse a bruciare tutti i propri candidati al Senato e a un contestale avvicinamento tra Cinque Stelle e Partito democratico.
Ora che le forze poltiche si sono annusate si apre la ben più importante partita per il governo del Paese, ma non è detto che gli accordi e i veti sinora proposti possano presentarsi inalterati. Anche perché sulla scena comparirà un nuovo determinante attore: il presidente della Repubblica Mattarella, la cui azione maieutica potrebbe risultare decisiva nel determinare il prossimo inquilino di Palazzo Chigi.
Referendum costituzionale e propaganda terroristica
In vista del referendum costituzionale del 4 dicembre i due opposti schieramenti così profondamente divisi nella valutazione della riforma appaiono invece del tutto simili nel metodo con cui hanno impostato le loro rispettive campagne: terrorizzare i cittadini elettori lanciando messaggi in cui si prefigurano scenari apocalittici qualora a vincere sia il campo avverso; con la conseguenza che la discussione nel merito dei contenuti della revisione costituzionale viene messa sovente in secondo piano. Cosi per coloro che promuovono la riforma Votare No condannerà l'Italia all'immobilismo e all'isolamento; mentre coloro che vi si oppongono insistono nel sostenere che Votare Si significhi far scivolare l'Italia verso una deriva autoritaria. La causa dei toni aspri e a tratti violenti raggiunti in questa campagna referendaria risiede nel fatto che dietro alle divergenze sulla riforma istituzionale si nasconde un conflitto per la conquista del potere tra i sostenitori di Renzi e i suoi oppositori. Uno scontro oramai degenerato fino a creare una profonda e inedita frattura nel Paese sulla stessa Costituzione, che sino ad ora pur nei suoi difetti era stata riconosciuta come elemento fondante e unificante per la civile convivenza democratica. Qualunque sia il risultato del referendum , a partire dal 5 dicembre si dovrà lavorare per ritornare a valorizzare la Carta Costituzionale come il patto fondamentale in cui si possano continuare a riconoscere la stragrande maggioranza dei cittadini italiani.
Mitologia del Patto del Nazareno
Secondo Forza Italia il metodo che ha portato all’elezione del presidente della Repubblica ha segnato la fine del Patto del Nazareno.
Mai nome fu più adeguato: sorto per garantire una miracolosa pacificazione tra opposti schieramenti il Nazareno è ora crocifisso in omaggio al realismo politico delle mutevoli alleanze orchestrate da Matteo Renzi.
Del patto del Nazareno si favoleggiavano meraviglie: grazie a lui ci sarebbero state una Costituzione e una legge elettorale nuove di zecca, si sarebbe dovuto eleggere un capo dello Stato condiviso da tutti, avrebbe avuto inizio una nuova età dell’oro in cui benessere e felicità sarebbero state dispensate a coloro che si accostavano alla Buona Novella del Renzusconesimo.
In realtà dei contenuti di questo fantomatico Patto si è sempre saputo ben poco e per capirci qualcosa ci si doveva affidare agli oracoli cangianti di Berlusconi, Renzi e dei loro più stretti collaboratori. Siamo lontani anni luce da un accordo trasparente sul modello di quanto accade in Germania, dove il programma della Grande coalizione è scritto e firmato dai leader delle forze politiche ed è disponibile in documento pubblicato anche su Internet e consultabile da chiunque, a garanzia del diritto dei cittadini di conoscere che cosa i loro rappresentanti si impegnano effettivamente a fare .
Il patto del Nazareno non era stato progettato per tutelare le aspirazioni del popolo a un cambiamento di rotta, ma per preservare il potere della classe politica che ne variava il contenuto a seconda delle convenienze del momento. Ora il Nazareno è morto, ma risorgerà, dopo tre giorni o comunque quando farà comodo ai politici.
Mattarella al Quirinale nel segno di Renzi.
L'elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della repubblica è un'indubbia vittoria politica di Renzi che ha tenuto unito il suo partito, evitando che venisse replicata la figuraccia del 2013 quando la candidatura di Prodi venne impallinata dai 101 franchi tiratori.
Renzi ha imposto la sua scelta alle forze politiche alleate, facendo emergere malumori sia nell'Ncd che che alla fine però ha comunque votato per Mattarella, sia in Forza Italia dove invece la disciplina di partito che aveva fatto optare per la scheda bianca è stata incrinata da decine di voti a favore del nuovo presidente eletto.
Resta il dubbio se Renzi volendo stravincere non abbia danneggiato i suoi piani per il lungo periodo. Il premier ha bisogno del Nuovo centro destra per il governo , e di Forza Italia per portare avanti il progetto di riforme istituzionale, tanto più che la minoranza del Pd appare ringalluzzita dall'importante ruolo giocato nella partita del Quirinale. Ma ora si trova invece Forza italia sempre più spaccata e debole , e un Ncd con Alfano oggetto di molte critiche al suo interno.
Enrico Letta vince il braccio di ferro con il Cav e ottiene la fiducia
Berlusconi ha fatto dietrofront. Dopo aver ordinato ai suoi di sfiduciare il governo Letta, il Cavaliere doveva far fronte alla più grave fronda interna della propria ventennale esperienza politica, con un manipolo di una ventina di senatori, guidati da Angelino Alfano, pronti a scaricarlo per rimanere nella maggioranza e con un altra quarantina che momentaneamente rimanevano nel partito ma che esprimevano evidenti malumori verso la linea di rottura. Evidentemente impreparato a una simile emorragia interna di parlamentari, Silvio faceva buon viso a cattivo gioco e annunciava il suo voto di fiducia al governo. Nonostante abbia cercato di limitare i danni l'indebolìmento della sua figura di leadership appare oggi ancora più marcato. Cercherà di prendere tempo e rinserrare le fila ma forse a questo punto solo la discesa in campo della figlia Marina potrebbe invertire il declino del partito-azienda. Enrico Letta invece può cantare vittoria e proseguire la sua avventura a Palazzo Chigi con rinnovata autorità, anche se per me rimangono gli interrogativi sulla effettiva capacità di portare avanti quel'azione di incisiveriforme da lui evocata nel discorso alle Camere e di cui il Paese ha indubbio bisogno.
Dimissioni dei ministri Pdl dal governo Letta. Fine della innaturale alleanza?
Le dimissioni in massa dei ministri del PdL su direttiva del capo Silvio Berlusconi, segna ufficialmente l'apertura della crisi per il governo Letta. Il rinvio del provvedimento che doveva stoppare l'aumento dell'Iva previsto per il 1 Ottobre è la motivazione con cui si è giustificata la rottura. Ma va rilevata anche la coincidenza poco casuale dell'imminente voto della Giunta per le immunità del Senato proprio sulla decadenza di Berlusconi.
Attendiamoci il teatrino dello scaricabarile sulle responsabilità della fine di un'alleanza apparsa sin dall'inizio precaria perchè composta da forze politiche che sino ad allora si erano cntrastste in modo aspro. Sta di fatto che l'aumento dell'Iva appare ormai difficile da evitare e ciò influirà in modo negativo sui consumi, sopratutto dei redditi più bassi. Come al solito sull'altare del fallimento dei politici vengono sacrificati i più deboli.
La politica di palazzo scossa dalla condanna definitiva di Berlusconi per evasione fiscale
Con la condanna definiva in Cassazione Silvio Berlusconi è per la giustizia italiana un frodatore del fisco. Il rinvio al giudizio di appello sulla definizione della pena accessoria all'interdizione dei pubblici uffici pospone solo di qualche mese la decadenza del Cavaliere da parlamentare. E ora il Partito democratico potrà ancora rimanere alleato di governo con un partito il cui leader carismatico è da oggi un pregiudicato per un reato estremamente grave? E quale sarà il futuro del PDL: verrà imboccata la via dell'Aventino, oppure si opterà per un passaggio graduale di consegne in famiglia con la leadership affidata alla figlia Marina? O ancora sarà invece l'occasione per assistere alla nascita di una destra completamente rinnovata? tante domande su cui ci sarà tempo per riflettere ma una sola certezza: la politica italiana da domani non sarà più la stessa.
Sforare il deficit: Berlusconi ha la ricetta anticrisi
Secondo Berlusconi dovremo sforare il rapporto del 3% tra deficit e PIL pur di trovare gli 8 miliardi di risorse necessari per abolire l'Imu e evitare l'aumento dell'Iva. Tanto l'Europa non ci caccerà mai.
Berlusconi quando si tratta di sforare è un vero esperto: nel 2008 l'Italia aveva il 2,7% nel rapporto deficit PIL, ma con lui al governo abbiamo toccato il 5,4% che comportò nel 2009 l'apertura della procedura di infrazione comunitaria per deficit eccessivo da cui si è usciti dolo poche settimane fa grazie sulle misure del governo Monti. Il Cavaliere sa anche come togliere la tassa sulla prima casa visto che abolì nel 2008 l'ICI. Eppure nonostante queste misure nel 2009 l'Italia andò in recessione. Anzi proprio l'eccesso di deficit ha aggravato il debito pubblico costringendo l'Italia a spendere più soldi per pagare gli interessi in salita vertiginosa. Quando si tratta di indebitarsi e non crescere Berlusconi sa proprio il fatto suo.
La sinistra e il perenne dilemma dei processi di Berlusconi
Sarebbe un errore da parte della sinistra sperare di fare fuori politicamente per via giudiziaria Berlusconi dopo la conferma della condanna in appello per evasione fiscale. Il Cavaliere acquisirebbe definitivamente l'aura di martire presso il suo elettorato. E un eventuale ineggibilità per interdizione da pubblici uffici priverebbe Berlusconi solo di un posto nel Palazzo, mentre il suo potere economico e la sua possibilità di influenzare pesantemente la vita pubblica dall'esterno rimarrebbero intatte. Berlusconi va battuto con il buon governo e buone idee per migliorare l'Italia: una strada che i suoi avversari hanno finora mostrato di non saper seguire.
Enrico Letta, governo al servizio di chi?
Enrico dichiara di fare un governo al servizio del Paese. Intanto l'abolizione completa dell'IMU sulla prima casa sarebbe un regalo straordinario alla propaganda di Berlusconi ( oltre che delle proprie ville e di quelle dei figli). Vedremo quanto di quanto è stato annunciato nel suo discorso per la fiducia alla Camera ( riduzione delle tasse sul lavoro, taglia agli sprechi nella pubblica amministrazione e nella politica) verrà davvero realizzato. Si è parlato pochissimo di scuola e giustizia, per nulla ( ovviamente) di conflitto di interessi.
Letta ha proposto una verifica tra 18 mesi sul progetto di riforme istituzionali. Evidentemente conta di durare molto a lungo, forse l'intera legislatura. Staremo a vedere se il Pd e la sinitra sopravviverà così tanto all'abbraccio fatale con quello che fino a ieri era il suo nemico dichiarato. Per me sarebbe stato meglio proporre obiettivi meno ambiziosi ma più immediati e concreti, fare una legge elettorale decente e restituire al più presto la parola agli elettori.
Enrico Letta, e il confine tra compromesso e inciucio
Il compromesso in politica è essenziale per trovare un modus operandi tra soggetti con punti di vista differenti. L'alternativa è risolvere i conflitti con le armi oppure instaurare una dittatura.
Spero che per il suo governo Enrico Letta abbia chiara la differenza tra compromesso e inciucio: occuparsi del Paese con gli avversari è compromesso, consegnare un salvacondotto giudiziario a Berlusconi pur di cercare di salvare quel che resta del PD è inciucio.
La recessione, Monti e la cattiva memoria di Berlusconi
L'aspetto più importante della conferenza stampa di Berlusconi a commento della sua condanna per frode fiscale non è stato l'annuncio di rimanere in campo ( non si sa come) perchè era chiaro che anche se non si candidava premier Papi Silvio avrebbe continuato a far politica per tutelare i propri interessi. La vera novità è l'ipotesi di sfiduciare il governo Monti le cui iniziative "ci portano a una spirale recessiva". Come al solito il Cavaliere quando non gli conviene ha la memoria corta giacchè con lui al governo la recessione toccò il fondo con un calo del 5% nel PIL per il 2009.
Se il berlusconismo sopravvive alle sentenze giudiziarie
Berlusconi stesso era conscio del suo declino e la decisione di non candidarsi alle prossime politiche era il visibile suggello di questa nuova consapevolezza. Ma la sua influenza economica e ideologica rimane fortissima come testimonia il coro indignato di esponenti della destra che parlano di sentenza politica. Berlusconi anche al di fuori dell'agone politico continuerà a essere considerato il padre del centrodestra italiano e quindi la sua eredità verrà raccolta da chi ne prenderà il testimone. E ciò da me non può che essere giudicato negativamente: Berlusconi nella sua esperienza politica ha constantemente confuso il suo ruolo pubblico con i suoi interessi privati. La sua annunciata rivoluzione liberale non solo è fallita, ma non è mai cominciata. Il Cavaliere è sempre stato interessato esclusivamente alla propria libertà di azione e la costante ricerca dell'impunità tramite le leggi ad personam e lo svuotamento del reato di falso in bilancio ne sono la evidente testimonianza. Le conseguenze dannose vanno al di là delle stesse intenzioni di Berlusconi: nel corso di questi anni si è consolidato quel clima opaco nella gestione della cosa pubblica che è poi sfociato nell'attuale stato di corruzione diffusa. Non ci sono dunque grandi possibilità per pensare che la mentalità del berlusconismo scompaia improvvisamente nè che si venga a creare un centro-destra capace di far emergere in Italia le forze autenticamente liberali del Paese.
Berlusconi resta il Papi della destra italiana e si ricandida a premier
Il Cavaliere ripercorre i tempi della democrazia limitata della Prima Repubblica: se Andreotti è stato per sette volte presidente del Consiglio ci può essere spazio anche per lo spirito giovanile dei suoi 77 anni suonati.Dopo il miracolo italiano e il contratto con gli italiani, sembra aver esaurito l'inventiva per gli slogan patriottici: forse riciclerà per il partito il vecchio nome Forza Italia. E ridimensiona le sue ambizioni: si candida per salvare il PDL, la sua personale creatura, il partito azienda confezionato con il cellophane a suo uso e consumo. Silvio resta il Papi della destra: non è riuscito a trasformare l'Italia in una sua proprietà e i cittadini in suoi dipendenti ma gli è mancato poco e a giudicare dalla pletora di nani e ballerine che ha salutato con giubilo la nuova discesa in campo potrà godere ancora di molti consensi. Probabilmente non abbastanza per tornare a Palazzo Chigi, ma sufficienti per continuare a curare i propri interessi personali: in definitiva l'unica cosa che l'abbia davvero interessato in questi 18 anni di agone politico.
update: 16 luglio 2012
Le differenze tra Berlusconi e Monti
In questo periodo di crisi economica pagata a caro prezzo sul fronte della disoccupazione e della pressione fiscale vi è la tentazione di pensare che tra Berlusconi e Monti le differenze siano ben poche o addirittura che il cambio di inquilino a Palazzo Chigi sarebbe stato meglio non ci fosse mai stato.
Ognuno in democrazia ha il diritto di avere le proprie opinioni: personalmente credo che tra la politica dei condoni e dei capitali scudati e quella della tracciabilità della moneta, dei controlli antievasione sulle auto di lusso e dell'accessibilità degli estratti conti da parte dell'Agenzia delle entrate una qualche differenza ci sia.
Così come ritengo non irrilevante la discontinuità tra il beauty contest che assegnava gratuitamente le frequenze televisive e chi invece quelle frequenze le metterà all'asta. Ugualmente da tenere in considerazione le decine di miliardi di euro risparmiati dalla riduzione dei rendimenti sui titoli di Stato già avvenuta tra novembre e marzo.
In una democrazia è lecito e doveroso tenere alta la guardia della critica ma ugualmente necessario coltivare la memoria, altrimenti si lascia spazio ai danni fatti dai piazzisti che vendono l'illusione di un nuovo miracolo italiano
Processo Mills: con la prescrizione Berlusconi raccoglie quanto seminato da presidente del Consiglio
Il tribunale di Milano ha dichiarato la prescrizione per Berlusconi dall'accusa di avere corrotto David Mills affinché testimoniasse il falso per scagionare lo stesso Berlusconi dalle inchieste sulle tangenti alla Guardia di Finanza e sui fondi neri All Iberian. Va sottolineato che il proscioglimento non è avvenuto per assoluzione; in questo caso i giudici nella lettura della sentenza avrebbero rilevato invece della prescrizione l'insussistenza del reato
I sostenitori e i detrattori considerano Berlusocni rispettivamente una vittima di un'accanimento giudiziario o un corruttore impunito. Ma il dato essenziale è inequivocabile è un altro: l'imputato Berlusconi si è avvalso delle politiche sulla giustizia che i governi da lui guidati hanno portato avanti in questi anni; politiche volte a dilatare i tempi dei processi e impedire che con leggi come ilLodo Alfano ( poi dichiarato incostituzionale)il legittimo impedimento ( parzialmente abrogato dalla Corte Cotitruzionale) si potesse giungere a sentenza in tempi utili. E' anche in virtù di questa distorto e personalistico esercizio del potere istituzionale che gli italiani non possono contare su un sistema giudiziario efficente.
Asta frequenze tv: il trappolone della Lega al governo Monti e la vendetta contro il Cavaliere
Il governo Monti ha accolto un ordine del giorno dell'Idv e della Lega in cui si impegna "ad annullare l'assegnazione gratuita delle frequenze tv e a sostituirla con asta a titolo oneroso". Si tratta di un'impegno doveroso con cui forse si potrà alleggerire la pressione sul contribuente tartassato. Ma è un'impegno per nulla scontato perché contrasta con gli interessi di Berlusconi che non ha esitato a definire "un'imboscata" l'iniziativa leghista. Il Carroccio con un abile mossa politica cerca di prendere due piccioni con una fava: fare lo sgambetto a Monti e proporsi come interprete del malcontento popolare per la manovra economica "lacrime e sanuge". Il governo Monti per parte sua ha dei vincoli dettati dagli interessi delle maggioranze parlamentari che lo sostengono: se l'asta si facesse davvero, il Cavaliere potrebbe cogliere l'occasione per staccare la spina all'esecutivo ma dovrebbe poi spiegare agli Italiani perchè, in tempi di crisi, l'erario dovrebbe rinunciare a un introito ( una tantum) oscillante tra i 2 e i 16 miliardi per favorire i soliti noti.
Le dimissioni di Berlusconi: bilancio e eredità di un'era politica
Le dimissioni di Berlusconi certificano la crisi del berlusconismo ma non necessariamente ne determinano la fine . Il Cavaliere è portatore di interessi diffusi e consolidati che non si eclissano da un giorno all'altro: probabilmente continuerà a giocare un ruolo importante nella vita politica ancora per un po' di tempo ma difficilmente lo rivedremo a Palazzo Chigi. Forse in futuro sarà qualche suo colonnello ( Alfano? Gianni Letta?) a tornare al governo.
Berlusconi anche nel momento del declino rappresenta un'anomalia: non è stato mandato via dall'opposizione o da una sconfitta elettorale come avviene nella normale prassi democratica ma dal giudizio dei mercati e dalla sfiducia dell'Unione Europea e della comunità internazionale.
Berlusconi si è presentato come liberale ma in realtà ha rappresentato l'incarnazione di un populismo dalle facili promesse continuamente non mantenute. E' rimasto tanto al potere perchè gli elettori lo hanno scelto democraticamente, sedotti inizialmente dalla sua storia imprenditoriale di successo. Poi gli Italiani hanno continuato a dargli fiducia nonostante i fallimenti perché chi doveva rappresentare un'alternativa non si è mostrato in grado di fare di meglio. Da destra a sinistra tutta la classe politica di questi anni è stata inadeguata. A Mario Monti l'onere di supplire per un po' di tempo a questa mediocrità, di provare a ricostruire dove altri hanno lasciato macerie. Nel frattempo tutti dovremo prepararci a fare meglio: i politici a essere un un po' più uomini di Stato, i cittadini a scegliersi rappresentanti migliori degli attuali.












