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martedì 6 giugno 2017

I sauditi contro il Qatar per isolare l'Iran

La decisione con cui l'Arabia Saudita e altri cinque Paesi hanno rotto temporaneamente le relazioni diplomatiche con il Qatar accusandolo di sostenere rapporti con le organizzazioni terroristiche si basa su un pretesto. Non perché effettivamente il Qatar non abbia foraggiato l'estremismo jihadista, ma perché le connivenze con i terroristi hanno interessato anche le fila degli accusatori ,compresi i sauditi. Il vero motivo della rottura diplomatica sta nei rapporti amichevoli che il Qatar ha cercato di intrattenere con l'Iran sciita, nemico giurato dei wahabiti. Il pugno duro dei sauditi è favorito anche dalla recente visita di Trump in cui il presidente americano ha avvalorato la posizione di Ryad di associare la lotta al terrorismo al contrasto verso il regime di Teheran. La nuova amministrazione americana ha così messo ulteriore benzina nell'incandescente scenario medio-orientale non tenendo conto di come il terrorismo islamico sia una manifestazione del rinfocolarsi delle millenarie tensioni tra sunniti e sciiti, che andrebbero stemperate con una sapiente opera di mediazione tra le parti e non alimentate parteggiando per le posizioni più estremiste rappresentate in questo caso proprio dai sauditi.

sabato 8 aprile 2017

Il controverso raid aereo di Trump contro Assad aiuta la lotta al terrorismo?

Per quanto Assad possa essere un dittatore detestabile, il raid aereo ordinato da Trump in reazione all'attacco compiuto dal regime siriano nella provincia di Idlib è assai discutibile per diversi motivi.
Anzitutto al momento del raid non vi era la prova certa che fosse stato il regime di Assad ad avere utilizzato le armi chimiche contro la popolazione. Le testimonianze dei sopravvissuti e le modalità dell'attacco inducono ad un forte sospetto, ma non ad avere la certezza circa le responsabilità di Assad.
Va rilevato anche come Trump abbia agito bypassando la diplomazia e il ruolo del Consiglio di sicurezza dell'ONU. La sua azione unilaterale è stata fortemente criticata dalla Russia che l'ha definita un'aggressione contro uno Stato sovrano. I rapporti tra le due potenze si complicano con conseguenze al momento non prevedibili.
Controverso è anche il fatto che Trump non abbia chiesto nemmeno l'autorizzazione al Congresso. La giustificazione addotta dai suoi sostenitori secondo cui il presidente avrebbe agito sulla base dei poteri conferitegli dopo l'11 settembre non appare del tutto convincente in quanto tali poteri sono funzionali alla lotta contro le organizzazioni terroristiche come Al Qaeda e ISIS con cui però Assad non ha alcun legame.
Trump ha così trasferito il suo tratto caratteriale imprevedibile nella politica estera americana e benché il raid aereo sembri destinato a rimanere per ora un gesto isolato e dimostrativo, rimangono però molti interrogativi sull'efficacia e utilità per gli Stati Uniti di comportamenti così estemporanei nei rapporti sia con gli alleati che con interlocutori essenziali ma più problematici come Russia e Cina. Anche perchè la prospettiva di creare divisioni tra i protagonisti del fronte antiterrorismo sembra avvantaggiare prima di tutto proprio l'ISIS che prima di questi fatti appariva destinata ad un inesorabile declino.

venerdì 25 novembre 2016

Trump, il TPP e la sfida aperta alla Cina

Trump considera la Cina uno dei principali ostacoli alla piena ripresa economica americana. Tuttavia conferma di voler mettere nel cassetto il TPP ,il trattato commerciale transpacifico che comprendeva 12 Paesi con esclusione della Cina che sembra dunque essere lo Stato che potrebbe maggiormente avvantaggiarsi da questa decisione del presidente eletto.
Per la verità l'utilità economica del TPP per gli Stati Uniti è stata messa in discussione in quanto il trattato sarebbe troppo complesso e farraginoso per portare effettivi vantaggi. I problemi della denuncia del trattato potrebbero nascere sul piano dei rapporti con Paesi come Giappone e Australia che non hanno nascosto la propria delusione per la decisione di Trump.
Pechino mostra comunque di voler approfittare della situazione di stallo, con un'azione su più fronti: mentre il presidente Xi Jinping si reca in America Latina per migliorare le relazioni diplomatiche con quell'area, la Cina propone un proprio accordo commerciale, la Regional Comprehensive Economic Partnership, esteso a 15 Paesi con esclusione degli Stati Uniti, e sul piano della propaganda cerca di presentare il cambio di rotta di Trump come una prova di inaffidabilità del presidente e della stessa democrazia americana.
Dal canto suo Trump sembra voler cambiare la strategia di Obama basata sui trattati di ampio respiro, indirizzandosi verso accordi commerciali bilaterali per stabilire dei rapporti di forza anche sul piano politico. Anche la Cina utilizzava l'arma degli accordi bilaterali in senso non solo commerciale, e dunque per quanto apparentemente possa gioire per l'abbandono del TPP, in realtà avverte le mosse americane come una minaccia diretta alle sue ambizioni di potenza regionale e globale. L'attivismo di Pechino è dunque anche un messaggio indiretto agli Stati Uniti per cercare di indurre Trump a più miti consigli facendogli capire che se un rapporto di maggiore collaborazione è vantaggioso per entrambi i Paesi, in ogni caso non ci sarebbero timori a raccogliere il guanto di sfida lanciato da Washington.

mercoledì 9 novembre 2016

Donald Trump presidente di un'America spaccata

L'impossibile è ora divenuto realtà. Contro ogni pronostico Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Nel giudicare oramai compromessa la sua candidatura dopo le recenti e improvvide affermazioni misogine, io stesso avevo decisamente sottovalutato il peso della rabbia e della paura della classe media bianca che di fronte agli effetti della globalizzazione e della crisi economica, rischia sempre più di scivolare verso la povertà. Poco importa l'essere stato in buona compagnia con la maggior parte degli analisti nel sottostimare le dimensioni dell'involuzione populista dell'opinione pubblica di fronte alle sfide della modernità. Probabilmente gli americani hanno voluto punire l'elite rappresentata da Hillary Clinton, ma contestualmente hanno premiato un personaggio che insulta le donne, individua negli immigrati i responsabili dei problemi economici e sociali, definisce il riscaldamento climatico un'invenzione dei cinesi creata ad arte per sabotare l'industria americana. Da oggi dire delle colossali stupidaggini può diventare elemento di propaganda decisivo per diventare l'uomo più potente sulla faccia della terra.
Il verdetto elettorale in una democrazia va comunque accettato. Ma una democrazia comporta anche il diritto di critica e il dovere di esprimere preoccupazione per aver affidato un così grande potere a un individuo del tutto imprevedibile. Forse Trump da presidente abbandonerà gli eccessi della campagna elettorale ma sperare che il ruolo istituzionale lo normalizzi è illusorio. La volgarità del personaggio difficilmente lascerà spazio ad una completa responsabilità nell'azione di governo tanto più che potrà appoggiarsi sulla maggioranza del Congresso repubblicana e dunque godere di un ampio margine di manovra nel realizzare il suo programma. Fortunatamente però Trump non rappresenta tutta l'America; esisterà ancora una parte di popolazione che gli si opporrà e lavorerà per creare una valida alternativa. Forse si allargheranno le distanze anche tra le due sponde dell'Atlantico. Ma questo potrebbe essere persino un bene e indurre l'Europa ad assumersi dopo decenni di tutela a stelle e strisce quelle responsabilità in materia di difesa e politica estera sinora scansate ma che il ruolo economico e politico del Vecchio continente imporrebbero.