Lo Stato pagherà circa 5 miliardi per la ristrutturazione delle due banche venete. Ma il conto è assolutamente provvisorio: il governo ha messo a disposizione altri 12 miliardi da utilizzare qualora Banca Intesa nei prossimi tre anni voglia disfarsi di altri crediti acquisiti ma nel frattempo deterioratisi. Si tratta di costi che non graveranno ulteriormente sul debito pubblico in quanto già contabilizzati l'anno scorso nel fondo di 20 miliardi per le emergenze bancarie.
Intesa acquisterà la parte sana delle banche al prezzo simbolico di 1 euro. Inutile scandalizzarsi o gridare al regalo fatto ai banchieri: l'alternativa allo stato attuale sarebbe stata far fallire le banche, gettare sul lastrico i correntisti, e lanciare un drammatico segnale di instabilità sull'intero sistema bancario. Ma è assolutamente doveroso chiedersi se non si poteva far nulla per evitare di arrivare a questo punto con una vigilanza che avesse fatto il suo dovere, e con altri soldi gettati al vento in avventure spericolate e fallimentari come quella del fondo Atlante.
Inoltre, anche se la pazienza del tartassato contribuente italico pare infinita, è troppo esigere che gli amministratori che, elargendo prestiti in modo disinvolto, hanno causato questo disastro siano chiamati a risponderne? Anche perché se non si introduce una vera deterrenza contro questo genere di gestioni scriteriate, le esangui casse pubbliche potrebbero trovarsi presto ad affrontare situazioni analoghe.
La soluzione per le Banche Venete: paga Pantalone
Se Renzi nega la crescita zero
L'Italia torna alla crescita zero nel secondo trimestre 2016. Eppure Renzi e Padoan insistono nell'affermareche ilPaese continua a crescere sia pure in maniera impercettibile. Voler difendere il proprio operato non aiuta a essere proattivi nella ricercadi ciò che non funziona e che non sta aiutando a ridare competitività al sistema produttivo italiano. Gli interventi sul lato dei consumi si sono rivelati troppo frammentati per poter incidere in modo significativo. Occorrerebbe scegliere un numero limitato di obiettivi ( come la ridurre tassazione sul lavoro) ed operare con maggiore incisività su di essi. E cercare di stimolare gli investimenti riducendo tasse a imprese.
Grecia. Tsipras e l'illusione salvifica del referendum
L'economia della Grecia è molto debole: può contare solamente su un po' di turismo e agricoltura. Nonostante si trovasse in questa situazione, Atene ha deciso per decenni di finanziare a debito un reddito di gran lunga superiore alle sue possibilità produttive. Le conseguenze sono ben note: un Paese sull'orlo della bancarotta, incapace di sostenere le richieste dei suoi creditori. Oltre 10 milioni di greci sono stati chiamati in fretta e furia a raccolta dal primo ministro Tsipras per pronunciarsi con un referendum sulle condizioni poste dai creditori per ottenere un nuovo prestito. Non è detto che anche in caso di esito a lui favorevole, Tsipras ottenga ciò che spera: la possibilità di sedersi al tavolo delle trattative con la Trojka con una maggiore forza contrattuale. Perchè i creditori sanno che qualunque sia l'esito del referendum la Grecia rimane un Paese debole con un disperato bisogno di ottenere denaro in prestito per andare avanti. Anche ammettendo che il referendum veda prevalere il No al piano della Trojka la Grecia dovrà lavorare duro per recuperare autentica sovranità rendendo la sua economia sostenibile e non più dipendente dagli aiuti esteri. Una sfida che Tsipras non ha ancora saputo indicare come vincere.
Tsipras sfida la Troika sul debito della Grecia: svolta per l'Europa o bluff?
Con la vittoria nelle elezioni greche, Syriza e il suo leader Alexis Tsipras sono la prima forza politica che contesta apertamente le politiche economiche dell'Ue ad assumere la responsabilità di governo di uno Stato membro. La sua piattaforma programmatica è semplice: rialzare il livello di qualità della vita della popolazione greca, partendo da investimenti pubblici per 4 miliardi, sussidi alimentari, elettricità, trasporti e cure mediche gratis per i più poveri, sviluppo dell'edilizia popolare, redistribuzione del peso fiscale sui più ricchi a vantaggio della classe media, introduzione di un salario minimo a 751 euro.
Il costo annunciato per questo programma è di oltre 11 miliardi, spese che non è bene chiaro come Tsipras intenderebbe coprire. Si parla di oltre 20 miliardi da prendere sul mercato e dalla lotta all'evasione fiscale. Impegni vaghi che andranno tradotti in fatti nei prossimi mesi.
Ma ciò per cui Tsipras si sta guadagnando le prime pagine della stampa mondiale è l'intenzione dichiarata di non rispettare gli accordi con Ue, BCE e Fondo monetario internazionale per riordinare gli scassati conti pubblici greci, e di chiedere la cancellazione di una gran parte del debito accumulato. E qui il neo premier ellenico si appresta a giocare una partita a poker sapendo di aver in mano la carta di un debito pubblico detenuto in gran parte dai Paesi Ue che in caso di insolvenza verrebbe scaricato sui conti pubblici dei singoli stati membri e quindi sui contribuenti. Un'ulteriore zavorra che i politici farebbero molta fatica a spiegare ai cittadini, e che potrebbe indurli a più miti consigli venendo incontro a una parte delle richieste greche sulla riconversione del debito. Tsipras però è conscio di non aver molto margine di trattativa: senza i soldi dei prestiti della Troika da qui a pochi mesi le casse greche sarebbero vuote, e ciò renderebbe effimera la sua momentanea gloria politica.
Spagna , 6 milioni di disoccupati a inizio 2013
Il tasso di disoccupazione della Spagna è salito fino a un nuovo record del 27,2% della forza lavoro nel primo trimestre del 2013, secondo quanto riportano i dati ufficiali.Il numero totale di disoccupati in Spagna ora ha superato la cifra di 6 milioni, anche se la crescita della disoccupazione ha rallentato la sua progressione. I dati evidenziano la fatica della Spagna ad emergere da una crisi economica che è cominciata cinque anni fa.
Istat: l'Italia è in crisi da 20 anni
Nel suo rapporto annuale l'Istat rileva che nel periodo 2010-2011 con una crescita media annua pari allo 0,4%,l'Italia è all'ultimo posto tra i 27 stati membri dell'Unione europea. ma al di là della contingente crisi economica i problemi di competitività sono di lungo periodo: tra il 1992 e il 2011 l’economia italiana è cresciuta in termini reali a un tasso medio annuo dello 0,9 per cento, ben al di sotto delle performance di Francia (1,6%), Gran Bretagna (2,4%) e Germania (1,3%).
Le prospettive per l'Italia e l'Europa della vittoria di Hollande
La vittoria di François Hollande alle presidenziali francesi è un voto più di condanna per la politica di Sarkozy e di inquietudine per gli effetti della crisi economica che di convinto apprezzamento per il neo inquilino dell'Eliseo.
Dietro la scelta di Hollande si cela la speranza dell'elettorato transalpino di mantenere un buon tenore di vita e uno Stato sociale forte. Desideri che però si scontrano con una realtà poco incoraggiante: un debito pubblico salito fino al 90%, stime di crescita prossime allo zero e una spesa pubblica che ha raggiunto il 56% del PIL, la Francia se la passa piuttosto male.
Il nuovo presidente francese punta a rilanciare la crescita economica ma alcuni punti del suo programma, come l'idea di aumentare le tasse sul lavoro e sugli imprenditori e la pensione a 60 anni, appaiono incoerenti con questo obiettivo. La revisione del fiscal compact e il rilancio degli eurobond finanziati da tutti i Paesei per un piano di ricerca, sviluppo e opere pubbliche sono invece proposte interessanti che come è noto però incontrano le resistenze della Germania. Ciò apre spazi di manovra per l'Italia: Monti può sostenre Hollande nelle sua richiesta di misure delle crescita. Un eventuale revisione del fiscal compact non significa rinunciare al rigore dei conti pubblici. La fragile Italia non si può permettere di coltivare illusioni.
Dalla Parmalat alla spending review: Enrico Bondi salverà l'azienda Italia?
D'altronde la nomina del risanatore di Parmalat Enrico Bondi a commissario per la gestione della spesa è un segnale della volontà di intervenire e nello stesso tempo un'ammissione degli scarsi ottenuti fino ad ora. L'obiettivo di ridurre la spesa di 4,2 miliardi entro il 2012 è sin troppo conservativo. Limitarsi a evitare l'aumento dell'IVA non è sufficiente. I pesanti sacrifici fatti dagli italiani imposti dall'acrescita pressione fiscale finora avevano un senso nella necessità di trovare immediate risorse per i disastrati conti pubblici, ma non possono più essere sopportati a lungo. Serve ben altro: per creare i presupposti per la ripresa economica garantendo gli equilibri di bilancio da questo momento occorrerà muoversi sopratutto sul fronte della lotta all'evasione fiscale e dell'eliminazione delle inefficienze sul lato della spesa. Sotto quest'ultimo aspetto il compito del commissario Enrico Bondi sarà quello di dare il cambio di marcia finora mancato.
Disoccupazione al 24% e downgrade del debito: la Spagna sull'orlo del baratro
La Spagna ha annunciato che il tasso di disoccupazione del paese ha raggiunto il 24,4 per cento nel primo trimestre del 2012 - il tasso più elevato nella zona euro. la notizia del picco di disoccupazione fa seguito alla decisione della agenzia di rating Standard & Poor'S di declassare il rating del debito del Paese a BBB +, che pone la Spagna allo stesso livello dell'Italia.
Nonostante le misure di austerità del governo spagnolo Rajoy e le riforme del mercato del lavoro la Spagna rimane in preda alla recessione e con sempre maggiori difficoltà a mantenersi solvibile sotto il profilo del debito pubblico
E se la salvezza di Grecia e Italia fosse far uscire la Germania dall'euro?
Il problema dell'euro non è la debolezza della Grecia, della Spagna o dell'Italia, ma la solidità della Germania: è questa la tesi "eretica" sostenuta da Michael Sivy in un articolo su Time Magazine.
Nel suo ragionamento assai interessante, Sivy contesta la teoria secondo cui uscendo dall'euro i paesi più deboli riuscirebbero a recuperare un po' in crescita economica svalutando la propria moneta. Il punto debole di questa strategia riguarda la fuga di capitali dai paesi più deboli verso la zona euro con conseguente innalzamento dei tassi di interesse e incapacità di questi Paesi presi singolarmente di sostenere il loro debito pubblico. Essi per potere sopravvivere debbono rimanere uniti ma nello stesso tempo hanno necessità di svalutare la moneta: e l'unico modo per prendere i due piccioni con una fava é quella di far uscire dall'Eurogruppo il partner più forte, Berlino che dal canto suo otterrebbe come vantaggio quello di poter sviluppare una autonoma politica economica senza più la zavorra degli altri Paesi meno competitivi.
Piazza Affari crolla. Le banche italiane sul banco degli imputati.
Piazza Affari crolla (-5%), lo spread risale a 400 punti e i titoli delle banche vanno in picchiata. Come interpretare questa improvvisa turbolenza finanziaria dopo mesi di relativa quiete? Per provare a dare una risposta è necessario individuare i bersagli dell'inquietudine dei mercati. L'occasione è stata fornita dalle notizie poco incoraggianti sulla crescita in Cina e negli Usa. Ma non è un caso che tra le borse europee, Milano abbia fatto registrare il tonfo più sordo né che le azioni di istituti di credito come Unicredit e Intesa San Paolo abbiano registrato perdite dell’8%.
Sul banco degli imputati ci sono le banche italiane che hanno ricevuto finanziamenti al tasso di favore dell’1% utilizzandoli per operazioni speculative di acquisto di titoli di Stato o per riscattare le loro obbligazioni invece di immettere liquidità nel circolo produttivo. Le banche non stanno facendo il loro dovere per rilanciare la crescita. C'è da sperare che quello di oggi sia solo un avvertimento e non il segnale di una più vasta perdita di fiducia verso le capacità dei nostri istituti di credito che rischierebbe di avere pesanti ricadute sull'intero sistema economico italiano. Ma soprattutto è venuto il momento che anche il governo Monti cominci ad alzare la voce per richiamare la finanza nostrana ad una chiara assunzione di responsabilità.
Il potere finanziario della Cina sopprimerà la democrazia?
Mario Monti si è recato in Estremo Oriente con il dichiarato obiettivo di riuscire ad attrarre da quella regione investimenti verso il nostro Paese. E il presidente cinese Hu Jintao ha strizzato l'occhio ai desiderata del nostro premier promettendo il prossimo avvento in Italia di massicci capitali. L'economista Monti si muove sul presupposto che sviluppare intensi rapporti con un gigante economico come la Cina costituisca un'occasione per stimolare la crescita italiana. Ma si affacciano anche inside politiche a far da contraltare ai vantaggi economici.
L'ingresso della Cina nell'organizzazzione mondiale del commercio venne favorito anche nella convinzione che un apertura di quella nazione al mercato globale avrebbe stimolato anche la diffusione dei diritti civili e politici a beneficio dell popolo cinese. Da allora sono passati 11 anni e le speranze di un'apertura democratica della Cina si sono rivelate illusorie: allo sviluppo economico non si è accompagnata una crescita delle libertà democratiche e il partito comunista cinese continua a reprimere violentemente ogni manifestazione di dissenso interno verso i suoi sistemi di gestione del potere.
Per di più i rapporti di forza si sono invertiti in breve tempo e la Cina da territorio di conquista si è tramutato in un colosso in grado di imporre la sua influenza finanziaria e politica al più alto livello con le tradizionali potenze ( compresi gli Stati Uniti) che si trovano sempre più spesso a dover giocare in difesa di fronte alla sua spregiudicata aggressività.
Per l'Italia favorire la penetrazione nella nostra realtà economico-finanziaria dei grandi capitali provenienti da regimi che con il rispetto dei diritti umani e del pluralismo democratico hanno poca a nessuna dimestichezza potrebbe risultare un processo arduo da controllare, comportando lo spiacevole corollario di una colonizzazione economica cui faccia conseguentemente seguito la svendita di quei diritti faticosamente conquistati dalle democrazie liberali. Un rischio di cui il Monti presidente del Consiglio dovrebbe tenere adeguatamente conto.
Il Posto fisso: la monotonia di Monti e dei giovani precari
Non c'è dubbio che sia stimolante cambiare lavoro quando si può scegliere tra docente alla Bocconi commissario europeo o presidente del Comsiglio. Le gratificazioni sono ben minori quando guadagni meno di 1000 euro al mese e non hai nemmeno il diritto ad ammalarti.
E' auspicabile che chi è al governo invece di dilettarsi( sulle orme del predecessore) in infelici battute , affronti il problema della mancanze di tutele per chi lavora con la spada di Damocle della perenne minaccia di licenziamento e di finire in mezzo a una strada.
Disoccupazione giovanile in Italia al 31%. In Germania al 7%
C'è lo spread finanziario di cui tanto si parla (giustamente) e lo spread di opportunità per le giovani generazioni che invece sembra fare molto meno scandalo di quanto dovrebbe.
Un giovane su tre nella fascia d'età tra i 15 e i 24 anni non ha lavoro. Secondo gli ultimi dati Istat la disoccupazione giovanile in Italia è cresciuta fino al 31% con punte del 60 % al Sud( il tasso di disoccupazione complessivo è salito all'8, 9%). Secondo l'Eurostat in Germania solo il 7,8% dei giovani è disoccupato. Il livello di civiltà di un Paese si misura anche dalla speranza che riesce a dare ai suoi figli.
Il brodino anticrisi dell'Europa: Unione fiscale e fondo salva Stati gestito dalla BCE
Dal consiglio europeo di Bruxelles si attendevano misure coraggiose per affrontare di petto la crisi economica: occorreva intraprendere i primi passi per creare un unione politica, ponendo fine all'anomalia di una moneta senza Stato, e affidare un ruolo più incisivo alla banca centrale europea come prestatore di ultima istanza ai governi e garante del debito pubblico degli Stati. E invece con l'impegno per il pareggio di bilancio e il fondo salva stati ( FESF) gestito dalla Banca centrale europea, ma entro i limiti delle disponibilità finanziarie prefissate dagli Stati membri, ancora una volta assistiamo alla montagna che partorisce il topolino. Al di là del fatto che la Gran Bretagna non abbia aderito aderito a questo accordo il vero problema è che l'Europa resta ancorata al rigore sui conti pubblici imposto dai tedeschi ( che non è esattamente il massimo in tempi di recessione) offrendo di se stessa l'immagine dell'impaurito agnello che si offre al lupo della speculazione.
La manovra economica di Monti: troppe tasse , poca crescita
La manovra di emergenza del governo Monti ha un impatto totale di 34 miliardi lordi ( di cui 20 netti destinati al deficit), la maggior parte dei quali provengono da tasse. Un insieme di provvedimenti che rischiano di avere un'impatto recessivo in particolare per quelle imposte che colpiranno direttamente i consumi (l'Iva se entrerà a regime a partire dal secondo semestre 2012, e l'accise sulla benzina in un Paese in cui il trasporto avviene su gomma). Pur essendoci un netto passo in avanti rispetto alla politica economica del governo Berlusconi si poteva fare meglio intervenendo con più tagli alla spesa ( rappresentati sopratutto dalla riforma pensionistica). Troppo poco anche sul fronte della crescita limitata alla deducibilità Irap delle nuove assunzioni per under 35 e donne. Progressi in tema di lotta all'evasione fiscale con la tracciabilità dei pagamenti superiori ai 1000 euro affiancata dalla possibilità per il fisco di esaminare i movimenti dei conti correnti.
Con il referendum di Papandreou la Grecia fuori dall'euro? I rischi per l'Italia
Se confermata, la decisione del premier greco George Papandreou di indire un referendum sul piano di aiuti predisposto dall'Europa deve essere considerata un'autentica follia : Atene ha un economia al collasso e dei conti pubblici disastrosi che per anni ha cercato di nascondere ricorrendo a operazioni finanziarie spregiudicate.
Papandreu ora cerca di scaricare le responsabilità per le inefficenze dello Stato ellenico. facendo leva demagogicamente sul malessere del suo popolo. Un voto dei greci contro il piano di salvataggio significherebbe l'uscita del Paese dall'euro. Ma la sola conferma dell'indizione del referendum rischia di minare l'efficacia degli aiuti gettando per mesi i mercati in un'ulteriore incertezza di cui proprio non si sentiva il bisogno.
Se la Grecia decide di rifiutare il salvagente che le viene offerto è giusto lasciarla al suo destino. Ma forse questo sarà solo il primo caso di un Paese costretto ad abbandondare la moneta unica. L'italia se non imparerà la lezione potrebbe essere una delle prossime vittime da sacrificare sull'altare del supereuro.
Dai mercati finanziari e dall'UE ultima chiamata al governo Berlusconi. Gli effetti della sfiducia sul contribuente italiano
Nella crisi economica globale l'Italia si inserisce con due grosse criticità: l'alto debito pubblico (al 120% del PIL) e la bassa crescita ( con una media dello 0,75% negli ultimi 15 anni, nettamente inferiore all' andamento europeo medio). Nell'ultima asta di ottobre i rendimenti dei titoli italiani hanno raggiunto livelli record: 5, 98% per i BTP decennali; 4,93% per quelli triennali. Lo spread con i titoli tedeschi resta pericolosamente vicino ai 400 punti base. Sono segnali che la fiducia nella nostra capacità di ripagare i debiti va sempre più scemando e per farvi fronte il Tesoro deve offrire tassi di interesse sempre più elevati. Ogni punto percentuale di interesse sui titoli da ripagare ci costa almeno 18-20 miliardi di euro. E' evidente che se dovessero rimanere rendimenti così alti le conseguenze per i contribuenti si rivelerebbero presto drammatiche. Serve un governo che sappia dare ai mercati una prova di capacità di affrontare la situazione.
Berlusconi ha inviato una lettera all'Unione Europea in cui si è impegnato a effettuare entro precise scadenze le riforme necessarie a raggiungere il pareggio di bilancio e stimolare la crescita economica: in pratica il Cavaliere ha assicurato che realizzerà in poco più di un anno e mezzo quello che non gli è riuscito nei precedenti otto anni a Palazzo Chigi. Non stupisce quindi che gli investitori non gli credano: per lui è davvero l'ultima occasione di smentirli con i fatti.
A Roma le ragioni degli indignados sopraffatte dalla violenza
Chi era sceso in piazza ieri a Roma aveva ottime ragioni da far valere, soprattuto i giovani che vedono le loro speranze e il loro futuro a rischio, compromesso da una crisi economica non creata da loro. Ma le violenze che hanno messo a ferro e fuoco la città hanno sopraffatto queste ragioni, costringendo la maggioranza pacifica al silenzio.
C'è anche chi avanza il sospetto che l'obiettivo dei teppisti fosse proprio quello di impedire alla protesta di piazza di far sentire le proprie rivendicazioni. Spetta agli inquirenti accertare i fatti; personalmente però non amo per niente la filosofia complottista perchè rimanda alla tentazione di scaricare le colpe su un altro indefinito. L'idea di una misteriosa Spectre, origine di tutti i mali è un comodo alibi per annullare le proprie responsabilità da cui nessuno in questo caso può chiamarsi fuori: chi ha organizzato il corteo deve interrogarsi se ha fatto tutto il possibile per prevenirne la degenerazione. Dall'altra parte c'è il governo che in uno stato democratico ha il dovere di garantire la compatibilità tra il diritto costituzionale a manifestare e quello dei cittadini a non doversi chiudere in casa per sfuggire all'orda barbarica e quando non riesce ad assolvere il compito rivela semplicemente la sua inadeguatezza.
Al netto di tutte le polemiche gli unici che ieri avevano il diritto di essere indignados erano i Romani.
Il downgrade di Moody's e l'Italia bella addormentata
L'agenzia di rating Moody's declassa il debito italiano da A2 a Aa2. Al di là delle note deficienze di questi istituti il commento di De Bertoli sul Corriere fotografa l'attuale situazione: all'estero non si fidano più di noi perchè non siamo credibili, non siamo seri.
Ma oltre all'analisi del presente occorrerebbe avere memoria del passato: c'era bisogno bisogno del downgrade dell'agenzia di rating per prendere atto dell'Italica mancanza di serietà? Il nostro debito pubblico è da decenni spaventosamente alto. Un debito creato da politici eletti dai cittadini italiani. Il primo segno tangibile per riacquisire credibilità sarebbe liberarsi della sindrome della bella addormentata nel bosco che impedisce al popolo italiano di fare un po' di sana autocratica sull'origine dei propri mali.












