Non condivido le idee indipendentiste di Doddore Meloni e probabilmente le condanne penali da lui ricevute erano giuste. Ma uno Stato che lascia morire di fame e sete in carcere un uomo di 74 anni compie un crimine non solo verso la persona vittima di questa assurda tragedia ma anche verso l'idea di giustizia e civiltà di cui dovrebbe farsi massimo interprete.
Mille euro di multa: il valore di un'adolescenza spezzata
La procura di Roma ha accettato la richiesta di patteggiamento per quattro clienti delle due minorenni che si prostituivano in un appartamento dei Parioli. I clienti, che erano consapevoli della minore età delle prostitute, dovranno pagare 1000 euro di multa. La condanna a un anno di reclusione verrà invece sospesa con la condizionale per cui questi "signori" non si faranno nemmeno un giorno di carcere.
Si tratta di una sanzione ridicola che annulla ogni effetto deterrente per un reato così grave in cui vi è un alta possibilità di recidiva. Come rilevato dal garante per l'Infanzia e l'adolescenza, per i reati connessi alla prostituzione minorile non si dovrebbe mai ricorrere al patteggiamento. Un epilogo che lascia sconcertati, una sconfitta per la giustizia che non riesce a tutelare la parte più debole: le giovani vittime.
L'Aventino al tempo di Schifani
O Napolitano dà la grazia a Silvio o ci dimettiamo in massa a partire dei ministri del governo. Quel grande statista di Schifani indica l'Aventino come via con cui la classe dirigente del PdL cerca di salvare se stessa e il proprio Capo dall'oblio politico. E il Partito democratico sarà disposto ad accettare questo ricatto istituzionale pur di mantenersi attaccata alle cadreghe?
La sinistra e il perenne dilemma dei processi di Berlusconi
Sarebbe un errore da parte della sinistra sperare di fare fuori politicamente per via giudiziaria Berlusconi dopo la conferma della condanna in appello per evasione fiscale. Il Cavaliere acquisirebbe definitivamente l'aura di martire presso il suo elettorato. E un eventuale ineggibilità per interdizione da pubblici uffici priverebbe Berlusconi solo di un posto nel Palazzo, mentre il suo potere economico e la sua possibilità di influenzare pesantemente la vita pubblica dall'esterno rimarrebbero intatte. Berlusconi va battuto con il buon governo e buone idee per migliorare l'Italia: una strada che i suoi avversari hanno finora mostrato di non saper seguire.
Se il berlusconismo sopravvive alle sentenze giudiziarie
Berlusconi stesso era conscio del suo declino e la decisione di non candidarsi alle prossime politiche era il visibile suggello di questa nuova consapevolezza. Ma la sua influenza economica e ideologica rimane fortissima come testimonia il coro indignato di esponenti della destra che parlano di sentenza politica. Berlusconi anche al di fuori dell'agone politico continuerà a essere considerato il padre del centrodestra italiano e quindi la sua eredità verrà raccolta da chi ne prenderà il testimone. E ciò da me non può che essere giudicato negativamente: Berlusconi nella sua esperienza politica ha constantemente confuso il suo ruolo pubblico con i suoi interessi privati. La sua annunciata rivoluzione liberale non solo è fallita, ma non è mai cominciata. Il Cavaliere è sempre stato interessato esclusivamente alla propria libertà di azione e la costante ricerca dell'impunità tramite le leggi ad personam e lo svuotamento del reato di falso in bilancio ne sono la evidente testimonianza. Le conseguenze dannose vanno al di là delle stesse intenzioni di Berlusconi: nel corso di questi anni si è consolidato quel clima opaco nella gestione della cosa pubblica che è poi sfociato nell'attuale stato di corruzione diffusa. Non ci sono dunque grandi possibilità per pensare che la mentalità del berlusconismo scompaia improvvisamente nè che si venga a creare un centro-destra capace di far emergere in Italia le forze autenticamente liberali del Paese.
Il capro espiatorio del terremoto dell'Aquila
L'Italia è l'unico Paese occidentale in cui degli scienziati sono stati condannati per omicidio colposo per le conseguenze di un terremoto. La colpa degli allora componenti della commissione grandi rischi, che sono anche i maggiori esperti di sismologia del nostro Paese, sarebbe quella di aver giudicato come improbabile il verificarsi a L'Aquila di una scossa di forte entità sei giorni prima del terremoto del 6 aprile 2009, inducendo gli abitanti del capoluogo abruzzese ad abbassare la guardia. In realtà leggendo il verbale delle riunione del 31 marzo non si esclude che il terremoto possa avvenire dato che l'Aquila è zona sismica, ma si fa una valutazione probabilistica poi tragicamente smentita dai successivi accadimenti. Se da un punto di vista psicologico ed emotivo ciò può aver certamente rassicurato gli aquilani, da qui a intravedere una relazione diretta con gli eventi luttuosi ce ne corre. La scossa rivelatasi fatale era di magnitudo 6,3, un'intensità che in altre zone del globo a ben più elevata sismicità della nostra ( California e Giappone) non provoca nè decessi nè danni. I morti sono avvenuti non a causa di un parere scientifico ma perché le case erano poco sicure e il territorio non era stato messo in sicurezza e di ciò gli scienziati non hanno alcuna colpa. Gli scienziati condannati sono il capro espiatorio di un evento i cui veri responsabili per la devastazione del territorio e la costruzione e manutenzione di edifici non sicuri, restano a piede libero senza che li sia stata ancora comminata alcuna sanzione.
Il corto circuito democratico di Renata Polverini
Nel Lazio dei Batman Fiorito, degli sfizi pruriginosi dei politici pagati con i soldi dei contribuenti, del gioco a rimpiattino su chi abbandona prima o dopo la poltrona, l'ultima cosa di cui stupirsi è che ci sia la presidente di Regione Renata Polverini che cincischi nello stabilire la data per le nuove elezioni minacciando di mantenere per mesi in naftalina un Consiglio regionale i cui componenti dovrebbero prendere lo stipendio per non fare nulla.
Non si può però non rilevare il paradosso di un Presidente dimissionato che dovrebbe adempiere solamente all'ordinaria amministrazione, ma che di fatto ha nelle mani l'assoluto ed enorme potere discrezionale di stabilire quando restituire al popolo sovrano la possibilità di scegliersi i suoi rappresentanti. La Polverini esercita un diritto conferitogli dalla legge ma che fa a pugni con la logica democratica. Ma in questo scenario di fine ancien regime, ai poco nobili politici, decaduti e impegnati a salvare la pellaccia, le ripercussioni antidemocratiche di tali comportamenti sono in coda ai loro pensieri.
Le differenze tra Zagrebelsky e Travaglio
Sulla decisione del presidente Napolitano di proporre davanti alla Corte Costituzionale conflitto di attribuzioni contro la procura di Palermo in merito alla mancata distruzione delle intercettazioni avvenute tra il Quirinale e Nicola Mancino un giudizio critico arriva dall'autorevole voce dell'ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky.
Tuttavia al contrario di quanto sostiene Marco Travaglio, Zagrebelsky non ha fatto a pezzi l'iniziativa quirinalizia, ma ha espresso un valutazione di opportunità reputando che una pronuncia dall'esito, a suo dire, scontato a favore del Presidente abbia come conseguenza la delegittimazione dell'intera azione dei magistrati palermitani a favore della ricerca della verità sulla trattativa tra Stato e mafia. Perciò secondo Zagrebelsky , Napolitano avrebbe dovuto risolvere il problema affidandosi alla procedura ordinaria.
Zagrebelsky mi sembra però trascurare che è stata proprio la procedura ordinaria invocata dalla Procura di Palermo ad innescare il conflitto. Da qui l'iniziativa del capo dello Stato di sollevare la questione dinanzi alla Consulta per verificare se le intercettazioni anche indirette non costituiscano una violazione delle prerogative presidenziali. E i timori di Zagrebelsky non mi sembrano fondati anche perchè l'oggetto del ricorso riguarda intercettazioni che per stessa ammissione dei magistrati non hanno alcun rilievo penale, e dunque non vanno ad intaccare minimamente la sostanza dell'indagine.
Ma tra Travaglio e Zagrebelsky oltre a quella dei contenuti c'è un'altra divergenza non di poco conto. Zagrebelsky espone le sue tesi con solide argomentazioni e civile rispetto delle divergenze di opinioni. E' ben lontano dalla sua indole rivolgersi ai suoi colleghi giuristi con l'epitteto di "corazzieri belanti che (...)dimenticano la legge, la Costituzione, perfino la decenza e il ridicolo". Una differenza di forma che in questo caso fa anche sostanza.
L'Ilva di Taranto. La magistratura eterna supplente della società italiana
Tutti( o quasi) contro il gip di Taranto Patrizia Todisco che ha rimosso il presidente del cda dell'Ilva Ferrante dall'incarico di curatore dello stabilimento tarantino e ha posto sotto sequestro gli impianti. Secondo i critici la decisione di bloccare la produzione all'Ilva di Taranto rischia di provocare la morte della più grande acciaieria d'Europa con gravi danni per tutta l'economia nazionale.
Peccato che questi tutori degli interessi nazionali non abbiano esercitato lo stesso zelo in tutti gli anni in cui l'Ilva scaricava sulla città di Taranto i suoi rifiuti inquinanti provocando centinai di morti per tumori e malattie cardio-respiratorie.
Politici, sindacalisti e opinione pubblica in generale sono rimasti inerti di fronte all'odioso ricatto che voleva il diritto alla salute messo in un angolo dalla prepotenti esigenze della produzione industriale.
La vicenda dell'Ilva di Taranto è semplicemente lo specchio di un Paese in cui la magistratura è costretta a intervenire per supplire le altrui mancanze. Mentre in una società civile non ci dovrebbe essere bisogno di un gip per ribadire quanto sia inacettabile l'alternativa tra morire per fame o per tumore.
La lesa maestà dei costituzionalisti verso Marco Travaglio
Il giornalista Marco Travaglio si è creato abbondante fama e seguito di lettori come difensore della libertà di stampa, e per essere coerente con il suo ruolo quando qualcuno ha opinioni diverse dalle sue ci tiene a difendere la sua libertà ( non quella degli altri) buttandola sul personale.
L'ultima perla libertaria del nostro eroe è un articolo intitolato "Romanzo Quirinale" pubblicato sul Fatto quotidiano del 18 luglio. Poichè le sue tesi critiche nei confronti del ricorso quirinalizio alla Corte Costituzionale contro i pm di Palermo sono state demolite da autorevoli costituzionalisti, gli incauti esperti di diritto che hanno osato contraddire l'infallibilità del Travaglio vengono ridotti al rango di (testuali parole) "corazzieri belanti che (...)dimenticano la legge, la Costituzione, perfino la decenza e il ridicolo pur di dare ragione al nuovo Re Sole intoccabile".
Ma quali sono le argomentazioni che stanno alla base di un giudizio così acido e sprezzante?
Travaglio comincia la sua invettiva nei confronti dell'ex presidente della Consulta Ugo de Siervo, il cui cognome viene storpiato con la consueta eleganza in De Siervi e l'altro presidente emerito Cesare Mirabelli che hanno il torto di aver posto un problema legittimo: se si ammette l'utilizzabilità delle intercettazioni indirette si può facilmente aggirare il divieto di intercettare il capo dello Stato.
Riguardo poi al trasferimento degli atti al tribunale dei ministri così argomenta Travaglio
de Siervo aggiunge che la Procura di Palermo ha fatto “indagini interminabili” (forse dimentica che le inchieste di mafia hanno una durata massima di 2 anni, termine rispettato dai pm) e “avrebbe dovuto trasferire tutta la questione al competente Tribunale dei Ministri”, come B. chiedeva di fare per Ruby nipote di Mubarak. Lo dice pure Stefano Ceccanti del Pd (l’Unità). Forse De Siervo e Ceccanti non sanno che nessuno degli indagati è accusato di reati commessi quand’era ministro e nell’esercizio delle funzioni ministeriali, a meno di ritenere che Riina, Provenzano, Brusca, Cinà, Ciancimino jr., Dell’Utri e gli altri indagati fossero ministri ai tempi della trattativa. Si dirà: erano ministri Conso e Mancino. Certo, ma non sono indagati per la trattativa, bensì per aver mentito oggi, 20 anni dopo, da pensionati. Urge istituzione del Tribunale degli Ex-MinistriPeccato che Ceccanti nel suo articolo avesse già replicato a tale obiezione: "L’unica argomentazione contraria che è stata trovata è quella di sostenere che gli indagati lo sarebbero in realtà per false testimonianze di oggi, quando non sono ministri, ma è evidente a tutti che, nel caso, quelle false testimonianze si riferiscono ai reati ministeriali di allora e non sono pertanto affatto separabili da essi.
Ma Travaglio si è evidentemente dimenticato (?????) di riportarla. O forse aveva letto male.
Proseguendo nella lettura le argomentazioni del Travaglio appaiono ancora più sorprendenti
Per superare l'imbarazzo di sostenere, in coro coi berluscones, l’attacco frontale di Napolitano alla Procura che indaga sulle trattative che costarono la vita a Borsellino e alla scorta nel ‘92 e a tanti cittadini innocenti nel *95, il tutto alla vigilia del ventesimo anniversario di via D’Amelio, i corazzieri di complemento minimizzano il conflitto di attribuzioni come se fosse una disputa accademico-giuridica: che sarà mai, c'è una divergenza di opinioni fa il Colle e la Procura, dovuto a un “vuoto normativo". ora la Consulta dirà chi ha ragione e tutti vivranno felici e contenti. Eh no, troppo comodo, Intanto, se ci fosse un vuoto o un’imprecisione normativa, il Quirinale avrebbe dovuto investire la Consulta con un altro strumento: l’eccezione d'incostituzionalità della norma col buco, non il conflitto di attribuzioni in cui accusa i pm di un illecito gravissimo, da colpo di Stato: la lesione delle prerogative del Capo dello Stato.Il sommo costituzionalista Marco Travaglio ignora che l'eccezione di incostituzionalità come regolata dall'articolo 23 della legge 11 marzo 1953 n° 87, stabilisce, che essa può essere proposta nel corso di un processo e deve essere il giudice a chiederla, d'ufficio o su inziativa di una delle parti o dei pubblici ministeri ( in questo caso i pm di Palermo). In questo caso il Capo dello Stato non è parte nel processo quindi non può presentare alcuna eccezione mentre può proporre il conflitto di poteri visto che a buona ragione considera le intercettazioni una violazione dell'indipendenza della sua funzione presidenziale. Se davvero risulterà che i pm palermitani non hanno potuto distruggere le intercettazioni in virtù di un vuoto legislativo, nel corso dell'esame i giudici costituzionali non avranno problemi a rilevarlo. Ma forse Travaglio teme che i magistrati di Palermo lo abbiano fatto davvero un illecito gravissimo, la lesione alle prerogative del Presidente. Sembra che per Travaglio i magistrati che indagano sulle stragi dovrebbero essere immuni dalle conseguenze di un'eventuale violazione della Costituzione. Io la penso in maniera diametralmente opposta: i pm proprio perchè svolgono un inchiesta così delicata devono avere il massimo rispetto per la nostra Carta; a garanzia del corretto andamento del procedimento e affinchè non si ripetano i clamorosi errori del passato nella valutazione delle responsabilità penali.
Chi si aspetta il botto nel ragionamento a conclusione dell'articolo, non rimane deluso:
Nell`ansia di compiacere il Re Sole, i corazzieri grandi firme si scordano di sciogliere alcuni nodi, Li buttiamo li a futura memoria. 1 ) L’art. 90 della Costituzione stabilisce che "il Presidente della Repubblica non é responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni", ed e lui stesso a dirci che è anche il caso delle due telefonate con Mancino altrimenti non sbandiererebbe la sua irresponsabilità ai quattro venti, Ma siamo sicuri che il "prendere a cuore“ (D’Ambrosio dixit) le lagnanze di Mancino e il darsi da fare per favorirlo interferendo in un'indagine in corso rientri tra le funzioni presidenziali? E, di grazia, quale articolo della Costituzione o quale norma dell'ordinamento lo prevede?Riguardo al punto 1) si constata che nonostante le comunicazioni tra Mancino e Napolitano siano segretate , Travaglio sembra conoscerne il contenuto: Mancino avrebbe elemosinato aiuto e Napolitano glielo avrebbe concesso. Al di là delle conoscenze reali ( in quel caso non si configura la violazione del segreto d'ufficio?) o immaginarie di Travaglio non c'è alcun intralcio alle indagini visto che per stessa ammissione dei magistrati palermitani il contenuto delle telefonate è penalmente irrilevante per il procedimento. Il punto che il nostro eroe sempre più in Travaglio continua a non voler considerare è che le comunicazioni del presidente della repubblica non si possono intercettare a meno che non abbia commesso reati (e non è questo il caso)
2) L'unica "parte" dell'inchiesta sulla trattativa che può avere interesse alla conservazione dei nastri con la voce di Napolitano e Mancino, visto che i pm li han gia definiti irrilevantit Dunque, invece di disturbare la Consulta, perché il Presidente non dice all'amico Mancino di mandare il suo avvocato ad ascoltarli e poi a chiedere al gip di distruggerli? Si rende conto che conferendo tutta quest'importanza a quelle bobine, si e consegnato mani e piedi nelle mani di un indagato per falsa testimonianza? Per svincolarsi dall'abbraccio mortale e dissipare il sospetto di ricatti e altre trattative in corso, non ce che un modo: rendere pubbliche le telefonate.
3) Napolitano si fa scudo nientemeno che di Luigi Einaudi, che secondo Repubblica lo avrebbe addirittura ‘ispirato" (gli sara apparso in sogno, nottempo). E proprio sicuro che Einaudi apprezzerebbe? Sicuro che, se gli avese telefonato un Mancino per quelle proposte indecenti, Einaudi gli avrebbe dato tanta corda, anziché staccargli il telefono in faccia? Un giorno Einaudi disse: "Non le lotte e le discussioni dovevano impaurire, mu la concordia ignava e le unanimità dei consensi?" Parole che oia suonano come un inammissibile attacco preventivo al Quirinale e ai corazzieri. Che facciamo, spediamo pure Einaudi alla Corte costituzionale?
Sui punti 2) e 3) ammettiamo pure per assurdo che Napolitano sia stato così imprevidente da prestare il fianco all'indagato Mancino e che il suo riferimento a Einaudi sia del tutto fuori luogo, tali considerazioni riguarderebbero l'opportunità dei comportamenti del Capo dello Stato e non hanno nulla a che vedere con le valutazioni dei reietti costituzionalisti che invece erano di ordine giuridico e riguardavano l'ammissibilità delle intercettazioni alle comunicazioni dirette e indirette del Presidente della Repubblica.
Perchè al netto di tutto il castello mentale costruito da Travaglio il nodo centrale rimane semplice e banale: esiste un conflitto di poteri tra capo dello Stato e pm di Palermo che spetterà alla Corte Costituzionale risolvere. Ma se la Consulta dovesse dare ragione a Napolitano l'ami du peuple Marco Travaglio si è già portato avanti: i giudici sono amici o nominati del Presidente.
Dunque agli studenti di giurisprudenza d'ora in poi si insegni l'art 135 della Costituzione secondo l'interpretazione dell'esimio professor Travaglio: per diventare membri della Corte Costituzionale non serve essere magistrati, professori universitari di diritto o avvocati di comprovata competenza ed esperienza; occorre essere amici di Giorgio Napolitano.
Verità e Costituzione: il conflitto tra Napolitano e procura di Palermo sulla trattiva tra Stato e Mafia
Sull'utilizzo delle telefonate avvenute tra Mancino e Napolitano esiste un conflitto tra la presidenza della repubblica e i Pm di Palermo.
In cosa consiste questo conflitto istituzionale? Secondo il Quirinale va immediatamente distrutto il contenuto di quelle telefonate in quanto registrate in violazione delle prerogative del presidente della repubblica che è irresponsabile nell'esercizio della sue funzioni e secondo l'art. 7 della legge 219/89 non può essere intercettato salvo per i reati di alto tradimento e attentato alla Coastituzione previsti dall'art 90 della Costituzione, previa autorizzazione del Parlamento e solo dopo la sospensione dalla carica da parte della Corte Costituzionale; invece a parere dei magistrati poichè ad essere intercettata era l'utenza di Mancino e non quella di Napolitano, l'acquisizione delle telefonate è legittima, non è stata fatta in contrasto con quanto disposto dall'articolo 90 della Costituzione in materia di irresponsabilità del presidente della repubblica e dunque la loro valutazione e l'eventuale distruzione dovrà avvenire secondo l'iter ordinario ovverosia previa autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, sentite le parti.
Appurata l'esistenza del conflitto tra poteri dello Stato, il presidente della Repubblica non ha fatto altro che rivolgersi alla Corte Costituzionale l'organo deputato alla loro risoluzione ex articolo 134 della Carta. Tuttavia quasi ad anticipare il verdetto della Consulta un gran numero di costituzionalisti ( per citarne solo alcuni Michele Ainis, Stefano Ceccanti, Ugo De Siervo, Francesco Clementi, Cesare Mirabelli, Valerio Onida) fa notare come la tesi della legittimità dell'intercettazione indiretta appaia alquanto precaria: in questo modo si potrebbe facilmente aggirare il divieto di intercettazione, ponendo sotto indagine il maggior numero possibile di personalità con cui il Presidente della repubblica è solito avere dei contatti.
Tra l'altro poiché due indagati sulla trattativa tra Stato e mafia all'epoca dei fatti erano ministri ( Nicola Mancino, all'interno e Giovanni Conso alla giustizia) alcuni studiosi ritengono di ravvisare nel comportamento della procura palermitana anche la violazione dell'articolo 96 della Costituzione della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1 in base alla quale gli atti devono essere trasmessi entro 15 giorni, «omessa ogni indagine», al cosiddetto tribunale dei ministri, che, svolta una rapida istruttoria, deve entro 90 giorni (prorogabili al massimo di altri 60) o disporre l' archiviazione, ovvero chiedere l' autorizzazione a procedere alla Camera competente.
Il sospetto instillato da alcuni giornalisti secondo cui Napolitano abbia sollevato tale conflitto perché c'è qualcosa da nascondere è semplicemente ridicolo oltre che gravemente diffamatorio per l'autorevolezza del Capo dello Stato giacché è stata la stessa procura di procura di Palermo a comunicare all'avvocatura dello Stato l'irrilevanza penale per il procedimento delle comunicazioni intercettate tra Mancino e Napolitano per cui "non ne prevede alcuna utilizzazione investigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l'osservanza delle formalità di legge".
E' fondamentale in uno stato di diritto che i magistrati non considerino un ostacolo alla loro attività il rispetto delle procedure della più importante delle leggi, la Costituzione, oltreché delle figure istituzionali come il Presidente della repubblica poste a garanzia dell'ordinamento. Senza questo rispetto qualsiasi aspirazione alla ricerca della verità dei fatti risulterebbe vana.
I bambini di Umberto Bossi, padre padrone della Lega Nord
Umberto Bossi annuncia l'intenzione di ricandidarsi a segretario della Lega. Il Senatur si traveste da vittima di un complotto e fa capire di essere ancora lui il deus ex machina, il padre-padrone del partito, i cui guai, a suo dire, sarebbero imputabili unicamente al malefico tesoriere Belsito e alla strega "terrona" Rosi Mauro. Una versione favolistica a cui non tutti nella Lega sembrano credere. Ma se i militanti se la bevono e lo rieleggono, Bossi potrà traconquillamente raccontare loro anche che i bambini nascono sotto i cavoli.
Le dimissioni di Bossi da segretario della Lega e le ombre sul futuro del partito
L'immagine del Carrocio appariva già da tempo sbiadita con la stessa dimensione dei rimborsi elettorali ( 22 milioni di rimborsi elettorali contro gli 8 effettivamente spesi) che destava non poco perplessità. E poi gli investimenti in Tanzania e Cipro, il nepotismo con l'ascesa nella gararchie del partito di Renzo il "trota" Bossi, figlio di Umberto, e scelte politiche discutibili sotto il profilo della trasparenza morale come quella di votare contro l'arresto di Cosentino, avvallata dal leader leghista in persona.
Il Consiglio federale leghista nell'accettare le dimissioni di Bossi lo ha nominato presidente: una scelta forse di cuore ma sopratutto necessaria per evitare uno sconvolgimento troppo repentino e difficlmente gestibile dall'interno perché il Senatur rimane il simbolo del partito e di una battaglia centralista a cui si vuole dare continuità.Nella speranza che gli sviluppi delle indagini non rivelino fatti ancor più compromettenti
Ma la sopravvivenza politica della Lega dipenderà dalla capacità dei suoi dirigenti di invertire drasticamente rotta rispetto alle ultime vicende, e dalla fiducia che i militanti avranno ancora verso un partito che aveva fatto della lotta alla corruzione uno dei suoi cavalli di battaglia ma che ora nel familismo e nel malaffare sembra essere sprofondato fino al collo.
La Cassazione con la sentenza Dell'Utri boccia davvero il metodo Falcone?
Per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa Marcello dell'Utri non è stato assolto dalla Cassazione. La Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna in appello e a disposto il rinvio a un nuovo processo da tenersi con nuovi giudici. Bisognerà leggere le motivazioni della sentenza, ma non è da escludere che l'impianto accusatorio non sia stato valutato completamente infondato, altrimenti il verdetto più logico in caso di acclarata innocenza sarebbe stato di assoluzione senza rinvio.
La decisione risponde alle richieste del pg Iacoviello che nella sua requisitoria aveva rilevato una insufficiente motivazione a corredo della sentenza di condanna e il mancato esercizio del ragionevole dubbio a favore dell'imputato.
Il concorso esterno in associazione mafiosa è un reato creato dalla giurisprudenza, interpretando estensivamente l'art 416 bis del codice penale che tipizza l'associazione mafiosa non il concorso esterno. Tale reato ha dato luogo a notevole variazioni interpretative in grado di mettere a rischio la stessa certezza del diritto. Un punto di debolezza messo in luce che ha enfaticamente evidenziato come al concorso esterno come reato "non crede più nessuno"
Secondo magistrati come Caselli e Ingroia la requisitoria del pg ha delegittimato il metodo Falcone. Ma è veramente così? Per accertarsene è sufficiente andare a recuperare il pensiero autentico di Giovanni Flacone che così si espresse nel libro "Cose di Cosa nostra" scritto insieme a Marcelle Padovani.
"La famosa Legge Rognoni—La Torre, votata nel 1982, che ha introdotto lo specifico delitto di associazione mafiosa, in fondo non ha fatto che perfezionate questa linea di tendenza e questa strategia di contrasto al crimine organinizzato, valorizzando 1’esperienza dello «specifico» mafioso e introducendo nella fattispecie del delitto associativo elementi, quali l'intimidazione, l'assoggettamento delle vittime e l`omertà che non erano previsti nell'ordinaria associazione per delinquere.
Tuttavia la Legge La Torre, studiata per perseguire specificamente il fenomeno mafioso e per porre rimedio alla mancanza di prove, dovuta alla limitata collaborazione dei cittadini e alla difficoltà intrinseca nei processi contro mafiosi di ottenere testimonianze, non sembra che abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è i pericolo che si privilegino discutibili strade intese a valorizzare ai fini di una condanna elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta. Tutto dovrebbe cambiare a seguito della entrata in vigore, nel 1989. del nuovo Codice di procedura penale di tipo accusatorio. Non si potrà ancora a lungo, a mio parere, continuare a punire il vecchio delitto di associazione in quanto tale, ma bisognerà orientarsi verso la ricerca della prova dei reati specifici, Con la nuova procedura, infatti, la prova, come nei processi dei paesi anglosassoni, deve essere formata nel corso del pubblico dibattimento. Il che rende estremamente difficile, in mancanza di concreti elementi di colpevolezza per i delitti specifici, la dimostrazione dell'appartenenza di un soggetto a un'organizzazione criminosa; appartenenza che si desume generalmente da elementi indiretti e indiziari di difficile acquisizione dibattimentale. C'è il rischio che non si riesca a provare, col nuovo rito, nemmeno l'esistenza di Cosa nostra!"
Dunque Giovanni Falcone rilevava la forbice tra i comportamenti concreti comportamenti degli imputati per concorso esterno che si risolvono per lo più in indizi e la necessità di individuare concreti elementi di prova per giungere alla definizione di un reato e alla conseguente condanna. Egli profeticamente denunciava quel vuoto legislativo che venti anni dopo sarebbe stato smascherato dalla requisitoria pg: il concorso esterno per come è formulato oggi non costituisce un reato autonomo ma può essere riscontrato solo quando la contiguità tra Cosa Nostra e l'imputato abbia prodotto altre fattispecie di reato. Per arginare le collusioni tra la società, la politica,l'economia e la mafia dunque occorre eliminare ogni divergenza interpretativa in sede giudiziaria e stabilire con chiarezza per legge quali comportamenti concreti tenuti da un non associato alla mafia possano costituire reato. Ma c'è la volontà di fare questo tipo legge? c'è la volontà di fare chiarezza? c'è la volontà di combattere la mafia?
Processo Mills: con la prescrizione Berlusconi raccoglie quanto seminato da presidente del Consiglio
Il tribunale di Milano ha dichiarato la prescrizione per Berlusconi dall'accusa di avere corrotto David Mills affinché testimoniasse il falso per scagionare lo stesso Berlusconi dalle inchieste sulle tangenti alla Guardia di Finanza e sui fondi neri All Iberian. Va sottolineato che il proscioglimento non è avvenuto per assoluzione; in questo caso i giudici nella lettura della sentenza avrebbero rilevato invece della prescrizione l'insussistenza del reato
I sostenitori e i detrattori considerano Berlusocni rispettivamente una vittima di un'accanimento giudiziario o un corruttore impunito. Ma il dato essenziale è inequivocabile è un altro: l'imputato Berlusconi si è avvalso delle politiche sulla giustizia che i governi da lui guidati hanno portato avanti in questi anni; politiche volte a dilatare i tempi dei processi e impedire che con leggi come ilLodo Alfano ( poi dichiarato incostituzionale)il legittimo impedimento ( parzialmente abrogato dalla Corte Cotitruzionale) si potesse giungere a sentenza in tempi utili. E' anche in virtù di questa distorto e personalistico esercizio del potere istituzionale che gli italiani non possono contare su un sistema giudiziario efficente.
Meredith Kercher e le lacune della giustizia italiana
"L'unica cosa certa di questo processo è la morte di Meredith Kercher". E' l'impietoso commento di un giudice relatore prima che il collegio giudicante emettesse il verdetto con cui Amanda Knox e Raffaele Sollecito venivano assolti dall'accusa di omicidio della studentessa inglese. E' nello stesso tempo l'ammissione, forse inconsapevole, di un fallimento. C'è da domandarsi infatti come sia stata possibile la contaminazione delle prove ( il coltello e il reggiseno di Meredith sporchi di sangue) operata dagli investigatori e per quale motivo si sia dovuto aspettare tanto tempo per rendersene conto. E' lecito interrogarsi anche sulla correttezza della sentenza che condanna Rudy Guede, tenendo conto che con l'assoluzione di Amanda e Raffaele è crollato uno dei presupposti del teorema sulla sua colpevolezza, ovverosia la compartecipazione al delitto di tre persone. Il fallimento di un processo indiziario impedisce ai familiari di Meredith di avere la giustizia a cui hanno diritto. Poteva andare peggio giacché si è corretta la condanna pronunciata in primo grado; ma forse si poteva evitare di tenere per quattro anni in carcere due ventenni che, stando alla sentenza d'appello ex 530 c.p.p. 1° comma, con quell'omicidio non hanno proprio nulla a che vedere. Purtropo questi processi indiziari avvengono e continueranno ad avvenire fino a quando la legge lo consentirà e per questo, per quanto le mancanze dei magistrati siano evidenti, le accuse lanciate da politici come Alfano sono uno scaricabarile che occulta le responsabilità del legislatore che si è occupato della giustizia di pochi tralasciando quella dei comuni cittadini che continuano a reclamare una giustizia davvera giusta.
Arrestare Papa per salvare Tedesco. Ragioni e conseguenze di un inciucio fallito
Voto segreto e contemporanea calendarizzazione delle votazioni in aula : era tutto pronto perché il voto in Parlamento sull'arresto di Alfonso Papa, deputato PDL, e Nicola Tedesco, senatore ex PD, ora nel grupppo misto, si risolvesse in un iniucio bipartisan salvaCasta. Invece qualcosa è andato storto: Tedesco si è salvato mentre per Papa la Camera ha dato il nulla osta perchè scattassero le manette. A rovinare i piani è stata la Lega, la cui strategia è stata portata avanti da Maroni. Il comportamento del Carroccio è presto spiegato: si sta verificando che i vantaggi sinora portati dal federalismo alla propria base non sono così evidenti tanto più che la manovra economica finisce per penalizzare proprio gli enti locali. Dunque diventa sempre più difficile per i leghisti presentare ai propri elettori il sostegno alle scappatoie giudiziarie di Berlusconi e soci come un sacrificio necessario e sopportabile pur di ottenere i benefici del federalismo.
Assai più difficile sarà per il Pd spiegare i motivi della mancata autorizzazione all'arresto di Tedesco: la giustificazione di Bersani & C. è che in realtà il voto contrario sarebbe stato espresso con il voto segreto dalla maggioranza di centro destra allo scopo di danneggiare sul piano dell'immagine la sinistra. Ma se le cose stessero davvero così perché a Tedesco che è indagato dal febbraio 2009 solo ora si è chiesto di presentare le proprie dimissioni per presentarsi alla giustizia come un normale comune cittadino? In realtà la sensazione è che sui temi della legalità il PD nei fatti assume comportamenti spesso non coerenti con il rigore e la trasparenza predicati a parole.
Le accuse di reato nei processi ad Alfonso Papa e Alberto Tedesco
Alfonso Papa, deputato del PDL, inquisito per corruzione, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio, favoreggiamento personale. Secondo l'accusa sfruttava i suoi contatti di altissimo livello con appartenenti ai servizi segreti, magistrati, esponenti di vertice della Guardia di finanza per intimorire imprenditori finiti al centro di inchieste giudiziarie, prospettando la gravità della loro situazione e garantendo con i suoi buoni uffici una favorevole risoluzione dei processi. In cambio del suo aiuto otteneva regali, soldi per se e per suoi conoscenti. Inoltre Papa si sarebbe adoperato per ottenere, in violazione del segreto istruttorio, informazioni su procedimenti riguardanti tra gli altri Gianni Letta, Mauro Masi e Nicola Cosentino.
Alberto Tedesco senatore eletto nelle liste del PD e successivamente passato al Gruppo Misto, è inquisito per corruzione, aggiunge concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio. Secondo l'accusa, Tedesco sfruttando il ruolo di assessore alla sanità della Regione Puglia nella Giunta Vendola, avrebbe creato un sistema clientelare nelle nomine dei primari e dei dirigenti delle ASL da utilizzare poi per ottenere guadagni personali,anche con la corruzione, nella gestione dei servizi e degli appalti legati alla sanità.
Lodo Mondadori: le motivazioni del risarcimento di 560 milioni a carico della Fininvest di Berlusconi
La Fininvest è stata condannata in appello al pagamento di 560 milioni a favore della Cir di De Benedetti come risarcimento in sede civile per l'accertata corruzione di giudici nel processo Lodo Mondadori. Berlusconi e la figlia Marina, attuale presidente di Fininvest e della Mondadori gridano alla persecuzione. Ma è davvero così?
La sentenza penale ha accertato che l’avvocato Fininvest Cesare Previti, nell'interesse dell’azienda di Berlusconi, insieme ai legali Attilio Pacifico e Giovanni Acampora comprarono dal giudice relatore Metta il verdetto che dichiarava nullo il Lodo arbitrale che aveva inzialmente dato ragione a De Benedetti. Quella sentenza pose De Benedetti in una posizione di debolezza nel successivo compromesso di spartizione con la Finvest : il gruppo editoriale vero e proprio con i libri, i settimanali (compreso «Panorama») e un conguaglio di 365 miliardi di lire andarono a Berlusconi, e invece «l’Espresso», «Repubblica» e i quotidiani locali «Finegil» a De Benedetti
Nella motivazione della sentenza definitiva a carico di Previti è scritto che Berlusconi ( che in quel processo venne assolto per prescrizione dal reato di corruzione con le attenuanti generiche) aveva "la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio". Quindi la corruzione è stata fatta nell'interesse di Fininvest
Infine l'ammontare del risarcimento è stato valutato sulla base di una perizia fatta dai priofessori Luigi Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli che hanno verificato le variazioni del valore della società oggetto dello scambio delle parti all'epoca dei fatti ( cioè tra il 1991 e il 1992)
Strauss-Khan, Bunga Bunga in salsa francese?
La svolta nella vicenda di Strauss-Khan, accusato di aver stuprato una cameriera di albergo si spiega facilmente: poichè era stato accertato un rapporto sessuale, per valutare se esso fosse stato consumato consuensualmente o ci fosse stata violenza era decisiva la credibilità delle versioni del presunto stupratore e della presunta vittima; è evidente che la situazione processuale dell'ex direttore del Fondo monetario internazionale si è notevolmente alleggerita nel momento in cui emergevano numerosi punti oscuri della vita privata della cameriera ( contatti con un trafficante di droga, forse un ex marito, con cui discuteva dei benefici che avrebbe potuto ricavare dalla vicenda, lei stessa coinvolta nello spaccio di stupefacenti e di droga). Sembra ora delinearsi il quadro assai più banale ma ugualmente squallido di un tentativo di estorsione o di una vendetta per del sesso a pagamento non retribuito da Strauss-Khan, il cui profilo viene derubricato da stupratore a squallido puttaniere
Proprio perchè sono emersi comportamenti verso le donne alquanto leggeri, e nonostante i suoi sostenitori portino avanti la tesi del complotto è molto difficile che DSK possa tornare in politica con un ruolo di primo piano: salvo che i francesi non desiderino un Bunga Bunga ai piedi della Tour Eiffel












