domenica 3 giugno 2018

Dal 4 marzo al governo Conte. Pagella di una crisi istituzionale sfiorata.

Dopo quasi tre mesi vissuti sull'orlo di una crisi di nervi, l'Italia ha finalmente un governo in grado di poter operare nella pienezza delle sue funzioni. In un'altalena emotiva fatta di tatticismi, rilanci propagandistici, crisi istituzionali minacciate ma poi scongiurate, e con la prospettiva costante di un immediato ritorno alle urne è emersa con forza la figura di Sergio Mattarella.
Il presidente della Repubblica ha esercitato il suo ruolo alternando il bastone e la carota, mostrando pazienza per consentire alle forze politiche di trovare le necessarie convergenze, ma non esitando ad agitare lo spauracchio del governo tecnico per stimolarle ad assumersi le proprie responsabilità di fronte al Paese. L'episodio più controverso, su cui si sono divisi osservatori e costituzionalisti, è stato quello del rifiuto della nomina del professor Savona a ministro dell'economia a causa delle sue posizioni fortemente euroscettiche. A mio parere in tale circostanza la fermezza di Mattarella era opportuna: il presidente della Repubblica è il garante della solidità dell'ordinamento di cui l'euro è elemento strutturale. Se si voleva mettere in discussione la nostra partecipazione alla moneta unica europea bisognava farlo a partire dalla campagna elettorale,aprendo un dibattito in cui l'opinione pubblica potesse valutare in modo approfondito le conseguenze di una scelta così importante. Il piano per uscire all'improvviso dall'euro di cui il professor Savona è coautore non è compatibile con la necessità che l'Italia abbia sul tema una posizione chiara e trasparente. Le ambiguità e le incertezze possono costare molto caro , visto il pesante debito pubblico italiano e la necessità di chiedere in presto circa 400 miliardi all'anno per finanziare il funzionamento della macchina statale, a partire da servizi essenziali come la scuola, la sanità e l'ordine pubblico. Piuttosto, di fronte a una crisi così caotica il Quirinale avrebbe forse potuto essere più puntuale sul piano della comunicazione in modo da togliere qualsiasi alibi ai politici, ma nel complesso il presidente della Repubblica ha saputo garantire stabilità e autorevolezza alle istituzioni e per questo come voto si merita un bel 8.
Da segnalare anche il ruolo giocato da Carlo Cottarelli, che nella scomoda veste di presidente incaricato per pochi giorni, ha agito con discrezione e eleganza, e nel congedarsi ha ringraziato sottolineando come qualsiasi governo politico fosse meglio di un governo tecnico che traghettasse l'Italia di nuovo alle elezioni. A lui per aver mostrato uno spirito da servitore dello Stato: voto 9.
Matteo Salvini si è mosso con l'abilità di un consumato negoziatore e pur partendo da quasi la metà dei voti dei Cinque Stelle è riuscito a ritagliarsi un ruolo pesante nella squadra di governo, riservando alla Lega la scelta di ministeri chiave come gli Interni e l'Economia. Fino all'ultimo è rimasto tentato dall'opzione elettorale per monetizzare il consenso che i sondaggi davano in netta ascesa. Resta l'impressione che per lui sarà molto complicato il passaggio dalla modalità propaganda h24 a quella dello statista. Per lui voto 6,5.
Luigi Di Maio è l'autore dell'impeachement allo yogurt, scaduto 48 ore dopo essere stato proposto. Una delle scene più grottesche della storia repubblicana, dove la farsa si fa comunque preferire alla tragedia. Accortosi dello scivolone è tornato a Canossa, offrendo collaborazione a Mattarella e salvandosi in extremis con la proposta di dirottare Savona ad altro ministero. Dopo essersi mosso bene in campagna elettorale ha gestito male il post-voto. Confusionario: voto 5
Giorgia Meloni: anche lei è partita in quarta con la richiesta di impeachement per poi invertire la rotta, forse nella vana speranza di trovare all'ultimo momento uno spazio nel nascente governo. Ha replicato di Maio, con l'aggravante dell'irrilevanza. Voto 4.
Giuseppe Conte: professore e avvocato senza alcuna esperienza di incarichi politici e amministrativi, si ritrova ad essere presidente del Consiglio in un governo con due vicepresidenti piuttosto ingombranti. E' auspicabile che possa esercitare il suo ruolo come richiesto dall'articolo 95 Costituzione che gli conferisce la responsabilità della direzione della politica del governo. Saprà dirigere, o verrà diretto da Salvini e Di Maio? Nell'attesa di scoprirlo per lui un 6 di incoraggiamento.
Silvio Berlusconi: non ha nascosto il disagio per aver ceduto a Salvini la guida della coalizione di centro destra e alla fine ha dato il suo via libera alla Lega per l'alleanza di governo con i pentastellati. Ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco nella consapevolezza che un ritorno immediato al voto avrebbe fortemente penalizzato Forza Italia. Cerca di prendere tempo per sopravvivere politicamente. Voto 5,5
Partito Democratico: ostaggio delle solite divisioni interne, ha rinunciato ad esercitare qualsiasi ruolo nella crisi. Al momento la strategia politica elaborata dai suoi dirigenti è quella di mangiare i pop-corn. Voto: non pervenuto.

sabato 12 maggio 2018

Sovranismo e Costituzione secondo Mattarella

L'intervento con cui Mattarella ha invitato a non cedere alle lusinghe di una narrativa sovranista inattuabile è stato criticato in quanto considerato un'indebita intromissione nel contingente dibattito politico. In realtà le considerazioni del presidente della Repubblica sono aderenti al dettato Costituzionale che agli articoli 10 e 11 rammenta il dovere della Repubblica di conformare il suo ordinamento giuridico alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute e l'opportunità di acconsentire a limitazioni della sovranità funzionali alla creazione di un ordine internazionale che assicuri la Pace e la Giustizia tra le Nazioni.
Quello di Mattarella è dunque un invito a ricordare come l'indirizzo dei padri costituenti, derivato dalla necessità di smarcarsi da scelte dominate dalla retorica di potenza e autarchia fascista che condussero al disastro l'Italia, rimane tutt'oggi quanto mai valido e anzi proprio la precarietà dell'attuale scenario globale dovrebbe indurre le forze politiche a valutare sull'opportunità che il nostro Paese non sia in balia di umori propagandistici ma sappia perseguire una strategia e una collocazione internazionale frutto di scelte meditate e di lungo periodo.

martedì 8 maggio 2018

L'appello di Mattarella contro la legislatura abortita

Dinanzi al gioco irresponsabile dei veti incrociati di cui la classe politica si è resa protagonista paralizzando le istituzioni, Mattarella ha rammentato i gravi rischi derivanti per il Paese da un immediato ricorso alle urne e ha contestualmente proposto una via d'uscita.
Il presidente della Repubblica ha sottolineato come andando al voto mantenendo inalterata l'attuale legge elettorale vi sarebbe un'elevata probabilità di replicare l'attuale stallo politico. Inoltre si restringerebbero i tempi per portare a discussione entro l'anno la legge di bilancio e disinnescare l'aumento dell'Iva e delle accise che avrebbe effetti recessivi per la nostra economia. Per di più un eventuale esercizio provvisorio esporrebbe le finanze pubbliche italiane ai rischi di attacco della speculazione finanziaria sui mercati internazionali. Infine l'assenza di un governo nel pieno esercizio delle sue funzioni condannerebbe l'Italia ad assistere da spettatrice alle decisioni da prendere nelle sedi internazionali e di Unione Europea, in particolare su temi caldi quali l'immigrazione e il nuovo bilancio europeo.
Mattarella ha offerto ai partiti l'alternativa di un governo di garanzia composto da personalità di spicco fuori dai giochi politici, che duri il tempo necessario a far approvare la legge di bilancio e che nel frattempo lasci salva la possibilità per gli schieramenti in Parlamento di trovare intese per costituire un governo pienamente politico.
L'immediato e sdegnoso rifiuto opposto da Cinque Stelle, Lega e Fratelli d'Italia all'iniziativa del Quirinale e il contestuale appello per un immediato ritorno al voto sono tristemente coerenti con il clima politico generale in cui la propaganda di parte appare soverchiare ogni logica di interesse nazionale. L'arte della mediazione viene travolta da un'indisponibilità al compromesso a sua volta funzionale a una narrazione del cambiamento che confligge però con una realtà politica immobile.
Le forze politiche che non riescono a far funzionare il Parlamento e non sono capaci di dare al Paese un governo tradiscono nei fatti quel mandato popolare che a parole dichiarano di voler rispettare con la loro inconcludente intransigenza. Qualora si concretizzasse lo scenario di nuove elezioni è dunque auspicabile che l'opinione pubblica eserciti con forza il proprio ruolo e chieda conto alla politica del fallimento di una legislatura mai nata.

lunedì 23 aprile 2018

La politica dei veti incrociati e la realtà del Paese

Salvini vorrebbe fare un governo con i Cinque stelle che però non intendono in alcun modo allearsi con Forza Italia. Berlusconi a sua volta guarda al Partito Democratico, ma è costretto a fare i conti con l'assoluta contrarietà leghista a rivolgersi allo schieramento verso le cui politiche ha fatto strenua opposizione in questi ultimi sette anni.
Sono trascorsi cinqquanta giorni dalle elezioni politiche ma la politica italiana si contorce su se stessa, sopraffatta dai veti incrociati, con un Parlamento immobilizzato dall'impossibilità di formare le commissioni, in attesa di conoscere gli equilibri tra maggioranza e opposizione ancora da definire, in un clima di perenne campagna elettorale amplificata dalle consultazioni regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia.
Il presidente Mattarella richiama le forze politiche alla responsabilità di dare un esecutivo all'Italia, rammentando le incombenze dei fragili conti pubblici e la necessità di essere pronti ad affrontare le sfide internazionali ed europee. Sinora le sollecitazioni del Quirinale non hanno sortito effetto e così si allarga la distanza tra le istituzioni e le esigenze del Paese reale

sabato 24 marzo 2018

Salvini e Berlusconi, alleati diffidenti

Le elezioni per i presidenti delle due Camere hanno messo a serio rischio l'unità del centrodestra: l'intransigenza iniziale di Forza Italia sul nome di Paolo Romani come candidato alla presidenza del Senato, veniva superata dall'iniziativa di Salvini che senza consultarsi con gli alleati proponeva l'alternativa di Anna Maria Bernini. Il comunicato di Berlusconi che parlava apertamente di atto ostile e smascheramento dell'alleanza di governo tra Lega e Cinque Stelle sembrava poter condurre a una clamorosa e definitiva rottura. Poi le trattative notturne hanno portato a un riavvicinamento e alla convergenza sulla figura della Maria Elisabetta Alberti Casellati, poi eletta al più alto scranno di Palazzo Madama.
Si tratta di un episodio che tuttavia conferma le diffidenze esistenti tra Salvini e Berlusconi, con il giovane leader leghista scalpitante alla conquista di una leadership sempre più consolidata e l'ex cavaliere restio ad accettare un ruolo di secondo piano nella coalizione e timoroso di venire ulteriormente disarcionato dalle vigorose spallate dell'alleato. Resta da capire quanto potrà durare e rimanere solida una convivenza politica che già ad inizio legislatura manifesta evidenti scricchiolii.
Nel campo pentastellato Di Maio assistendo alle altrui scaramucce si è mosso con l'abilità di un consumato tattico: intuendo le iniziali resistenze ha dapprima proposto come cavallo di Troia il nome di Fraccaro per la presidenza della Camera, per poi puntare decisamente e con successo su Roberto Fico in teoria meno gradito agli avversari per il suo carattere movimentista, ma ben sapendo che la destra aveva interesse a chiudere i giochi nel timore che un eccessivo allungamento dei tempi portasse a bruciare tutti i propri candidati al Senato e a un contestale avvicinamento tra Cinque Stelle e Partito democratico.
Ora che le forze poltiche si sono annusate si apre la ben più importante partita per il governo del Paese, ma non è detto che gli accordi e i veti sinora proposti possano presentarsi inalterati. Anche perché sulla scena comparirà un nuovo determinante attore: il presidente della Repubblica Mattarella, la cui azione maieutica potrebbe risultare decisiva nel determinare il prossimo inquilino di Palazzo Chigi.

martedì 6 marzo 2018

Rebus governabilità per l'Italia post voto

Il principale verdetto delle elezioni politiche 2018 è l'assenza di una chiara maggioranza parlamentare. Era ampiamente prevedibile che questo potesse essere l'esito delle urne, in virtù dell'attuale assetto tripolare del sistema politico italiano e di una legge elettorale con un impianto prevalentemente proporzionale che favoriva un'ulteriore dispersione dei voti e dei seggi. Di conseguenza occorrerà un intenso lavoro di mediazione tra i partiti sotto la regia del presidente della Repubblica affinché si possa formare un governo capace di presentarsi alle Camere per chiedere la fiducia. Il successo della Lega mette Salvini alla guida del centro destra ma non sarà facile trovare i circa 50 deputati e 20 senatori mancanti. Se si guarda ai numeri il compito dovrebbe essere ancora più complicato per il Movimento Cinque stelle che nonostante la grossa affermazione con oltre il 30% dei consensi, dovrebbe andare alla ricerca di almeno altri 90 deputati e 40 senatori. L'incertezza dello scenario potrebbe restituire un ruolo decisivo ai parlamentari di un Partito Democratico pur pesantemente ridimensionato. E' forte la prospettiva di un lungo periodo di ingovernabilità: per un Paese fragile come l'Italia, reduce da una pesante crisi economica, si tratta di un rischio che forse non ci si può permettere.

venerdì 2 marzo 2018

Restare cittadini, nonostante la cattiva politica

Ci stiamo lasciando alle spalle una campagna elettorale fatta di promesse irrealistiche e mirabolanti, attacchi personali, talvolta anche violenti nelle parole e nei gesti, con il comune denominatore dell'incapacità da parte delle forze politiche di offrire una visione del futuro credibile. Di fronte a cotanta mediocrità sarebbe comprensibile se l'elettore reagisse con atteggiamenti di scoraggiamento e abulia, che sarebbero tuttavia sbagliati se si traducessero nel rifiuto di esercitare il proprio diritto di voto. L'astensione sarebbe una rinuncia al proprio ruolo di cittadini, e qualora si manifestasse in modo massiccio indebolirebbe la democrazia. Invece è proprio nei momenti più difficili che in un Paese l'opinione pubblica fa sentire il proprio ruolo con una partecipazione incisiva e determinata. Andare a votare il 4 marzo significa non arrendersi all'idea di divenire sudditi di un futuro deciso da altri.

mercoledì 11 ottobre 2017

La Spagna e i limiti del rigore legale sulla Catalogna

Per provare a uscire dall'impasse il presidente della Catalogna Puigdemont prende tempo e si inventa una secessione “creativa”, prima dichiarata e subito sospesa, nella speranza che si apra un dialogo con Madrid o che arrivi dalla comunità internazionale un appoggio per ora improbabile, alle sue istanze separatiste. La richiesta di dialogo è ovviamente per ora una finzione scenica in quanto si basa sull'accettazione di una condizione che è invece irricevibile dalla controparte.
Tuttavia va detto che nel corso degli ultimi anni il governo spagnolo nel confrontarsi con le istanze autonomiste di Barcellona ha perseguito una linea fortemente legalitaria che in alcuni casi è sfociata in azioni repressive rivelatesi controproducenti. Le violenze compiute dalla Guardia Civil nei confronti dei cittadini inermi che si recavano alle urne il 1 ottobre hanno segnato un deciso punto a sfavore della strategia rigorista del premier di Rajoy. Se per un verso Madrid ha il diritto di tutelare la propria sovranità, va anche sottolineato che l'opposizione centralista a qualsiasi dialogo su un possibile ulteriore aumento delle prerogative di autogoverno catalane ha fatto aumentare il consenso popolare attorno alle pozioni degli indipendentisti. In particolare dopo la sentenza del Tribunale Costituzionale che su istanza del Partito Popolare nel 2010 dichiarava illegittimi una serie di articoli dello Statuto catalano, le manifestazioni contro Madrid si sono fatte sempre più frequenti e partecipate. Non si può pensare di rispondere al forte malcontento di una parte consistente dei catalani con la sola arma della rigida applicazione della legge. Occorre provare a riscoprire lo strumento di un autentico dialogo e per questo qualora da parte catalana giungano sinceri gesti distensivi il governo spagnolo farebbe bene a coglierli.

martedì 10 ottobre 2017

La Catalogna e le incognite di una indipendenza unilaterale

Con la dichiarazione unilaterale di indipendenza il governo catalano dovrà affrontare una serie di problemi di ordine, giuridico, politico, economico e sociale dalle conseguenze imprevedibili.
Il cosiddetto referendum per l'indipendenza del 1 ottobre era infatti già stato dichiarato illegittimo dal Tribunale costituzionale. La conseguente secessione sarebbe per giunta una flagrante violazione dell'articolo 2 della Costituzione spagnola che si fonda sulla “unità indissolubile della Nazione spagnola” e darebbe mano libera al governo di Madrid per applicare le misure previste dall'art. 155 della Costituzione in caso di attentato all'interesse della Spagna che potrebbero arrivare fino alla sospensione dell'autonomia catalana.
Le rivendicazioni di Barcellona non sono ricevibili nemmeno sul piano del diritto internazionale. Infatti il principio di autodeterminazione dei popoli trova un suo limite nel diritto degli Stati a tutelare la propria sovranità ed integrità territoriale e può affermarsi autonomamente solo in casi specifici di dominio coloniale, di invasione di uno stato estero e di negazione al popolo della possibilità di accedere a una forma di autogoverno. Ma nessuno di questi casi può estendersi alla Catalogna che ha visto riconoscersi una consistente autonomia, con esecutivo, legislativo e forze di polizia proprie.
Sul piano politico Madrid ha dunque il coltello dalla parte del manico: può utilizzare gli strumenti previsti dal diritto interno e godere della solidarietà degli altri Stati che, non avendo intenzione di creare un precedente pericoloso per la loro sovranità, saranno indotti a considerare le tensioni catalane una faccenda interna alla Spagna.
La secessione avrebbe importanti implicazioni anche in campo economico. La Catalogna indipendente si troverebbe da un giorno all'altro fuori dall'Unione europea, senza la possibilità di entrarvi a breve per il veto spagnolo. Le sue attività produttive sarebbero soggette ai dazi doganali previsti per i paesi extracomunitari e dal punto di vista logistico andrebbero incontro a tutte le complicazioni conseguenti alla creazioni di nuovi confini. Dovrebbe inoltre ridiscutere con la Spagna la redistribuzione del debito pubblico che graverebbe comunque sulle sue finanze per una cifra oscillante tra i 160 e i 220 miliardi e finché non onorasse tali impegni farebbe fatica a trovare sui mercati internazionali le risorse per sostenere la nascente macchina statale.
Infine le recenti manifestazioni a favore della Spagna, mostrano come anche a Barcellona ci sia un consistente movimento unionista che considera le identità catalana e spagnola strettamente intrecciate per cui gli indipendentisti qualora vogliano portare a realizzazione il loro progetto separatista dovranno muoversi tenendo conto anche delle possibili lacerazioni interne al tessuto sociale.

lunedì 9 ottobre 2017

Spagna contro Catalogna: tra sovranità e autodeterminazione manca il compromesso

Quello tra Spagna e Catalogna è lo scontro tra il diritto spagnolo alla tutela della propria sovranità e integrità territoriale e la rivendicazione secessionista catalana fondata sul principio dell'autodeterminazione dei popoli. Si tratta di opposte esigenze che spesso trovano una soluzione pacifica sul piano di un compromesso autonomistico, che però in questo caso è reso problematico dal prevalere in entrambi i campi delle fazioni più intransigenti. Gli indipendentisti catalani sottovalutano le problematiche giuridiche, politiche ed economiche connesse alla secessione, mentre il governo spagnolo nell'imboccare la sola strada legalitaria ha in alcuni frangenti svoltato pericolosamente verso misure autoritarie e non sembra volere ascoltare i segnali di malessere che comunque giungono da una parte consistente della popolazione catalana. In alcuni post che seguiranno proverò ad esaminare alcune possibili conseguenze dell'approccio catalano e spagnolo alla crisi, ma ciò che mi preme subito evidenziare è il rischio concreto che esploda un lungo conflitto su base identitaria di cui in Europa già fragile non si sentiva affatto bisogno.

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giovedì 7 settembre 2017

L'assicurazione sulla vita di Kim Jong-un

Se la Corea del Nord lancia missili balistici che sorvolano il Giappone e procede nell'effettuare esperimenti nucleari con ordigni sempre più potenti non è certo per una insensata volontà di mostrare i muscoli. Al contrario alla base della strategia di Kim Jong-un vi sono calcoli tanto spregiudicati quanto logici .
Anzitutto il dittatore nordcoreano è convinto che dotarsi dell'arma atomica garantirà la sopravvivenza al suo regime, costituendo un deterrente contro eventuali aggressioni esterne. E con buona ragione: non a caso il suo programma nucleare ha subito un accelerazione negli ultimi anni dopo gli avvenimenti che hanno portato alla destituzione e alla morte di Saddam Hussein e Gheddafi i quali dopo aver accarezzato anch'essi l'idea dell'atomica hanno poi rinunciato all'idea. Kim è probabilmente convinto che questa rinuncia sia all'origine della loro disgrazia e intende premunirsi per non fare la loro fine.
Kim lancia un messaggio anche agli Stati che lo proteggono, in primis Cina e Russia. Pechino ha fortemente stigmatizzato le ultime iniziative nordcoreane e molti osservatori sospettano che i cinesi da tempo stiano cercando un modo per sbarazzarsi di un alleato diventato troppo scomodo e difficile da gestire. La Corea del Nord però è oramai in grado di gestire la sua tecnologia atomica in modo autonomo e se si aggiunge che possiede già armi convenzionali chimiche sufficienti per provocare milioni di morti nei Paesi vicini, Kim sembra avvertire che qualora i suoi “amici” cerchino di scaricarlo, lui sarà pronto a usare tutti i mezzi per difendersi.
Se all'esterno la Corea del Nord si avvale del sostegno cinese, al suo interno la colonna portante del potere di Kim è l'apparato militare. Ogni risorsa della Corea del Nord è rivolta a potenziare e sue capacità belliche e Kim intende rendere il suo legame con i vertici militari sempre più forte anche sul piano simbolico.

mercoledì 26 luglio 2017

Con la siccità l'Italia scopre il valore dell'acqua e il costo degli sprechi

Le scarse precipitazioni dei mesi precedenti lasciavano prevedere che per quest'estate si potesse andare incontro a un'emergenza siccità. Ciò nonostante le autorità sia a livello centrale che locale si sono fatte trovare largamente impreparate, non affrontando il problema delle rete idriche colabrodo che causano la dispersione dell'acqua.
Secondo l'Istat il primato poco onorevole degli sprechi spetta a Potenza che registra il 68,8% dell'acqua persa nella rete. Seguono Campobasso, Cagliari e Palermo con perdite superiori al 50%, ma in moltissime altre città, sopratutto al centro-sud ,comprese Roma e Firenze, si registrano perdite superiori al 40%. Secondo Utilitalia, la federazione che riunisce i gestori dell'acqua, in Italia ogni 100 litri immessi negli acquedotti ne vengono perduti 39.
La siccità sta facendo emergere le criticità lasciate irrisolte dal referendum del 2011, in cui gli italiani votarono per l'acqua pubblica pensando di avere l'acqua gratis. E invece sia che la gestione sia pubblica o privata, trasportare l'acqua dai bacini alle nostre case richiede continui investimenti sulla rete e sugli invasi. In poche parole, l'acqua in ogni caso ha un costo: se si decide di migliorare la qualità della rete gli investimenti dovranno essere finanziati dalle utenze o dai contribuenti. Se invece per ragioni politiche si decide di non investire sulla rete per mantenere basse le tariffe allora il prezzo da pagare sarà quello dello spreco dell'acqua. Salvo accorgersi nella stagione calda di quanto sia un bene prezioso da preservare.

martedì 11 luglio 2017

La morte di Doddore Meloni, ingiustizia di Stato

Non condivido le idee indipendentiste di Doddore Meloni e probabilmente le condanne penali da lui ricevute erano giuste. Ma uno Stato che lascia morire di fame e sete in carcere un uomo di 74 anni compie un crimine non solo verso la persona vittima di questa assurda tragedia ma anche verso l'idea di giustizia e civiltà di cui dovrebbe farsi massimo interprete.

mercoledì 5 luglio 2017

La soluzione per le Banche Venete: paga Pantalone

Lo Stato pagherà circa 5 miliardi per la ristrutturazione delle due banche venete. Ma il conto è assolutamente provvisorio: il governo ha messo a disposizione altri 12 miliardi da utilizzare qualora Banca Intesa nei prossimi tre anni voglia disfarsi di altri crediti acquisiti ma nel frattempo deterioratisi. Si tratta di costi che non graveranno ulteriormente sul debito pubblico in quanto già contabilizzati l'anno scorso nel fondo di 20 miliardi per le emergenze bancarie.
Intesa acquisterà la parte sana delle banche al prezzo simbolico di 1 euro. Inutile scandalizzarsi o gridare al regalo fatto ai banchieri: l'alternativa allo stato attuale sarebbe stata far fallire le banche, gettare sul lastrico i correntisti, e lanciare un drammatico segnale di instabilità sull'intero sistema bancario. Ma è assolutamente doveroso chiedersi se non si poteva far nulla per evitare di arrivare a questo punto con una vigilanza che avesse fatto il suo dovere, e con altri soldi gettati al vento in avventure spericolate e fallimentari come quella del fondo Atlante.
Inoltre, anche se la pazienza del tartassato contribuente italico pare infinita, è troppo esigere che gli amministratori che, elargendo prestiti in modo disinvolto, hanno causato questo disastro siano chiamati a risponderne? Anche perché se non si introduce una vera deterrenza contro questo genere di gestioni scriteriate, le esangui casse pubbliche potrebbero trovarsi presto ad affrontare situazioni analoghe.

lunedì 26 giugno 2017

Ai ballottaggi crisi di partecipazione. Vince il centrodestra e Renzi minimizza

La partecipazione è uno degli elementi essenziali della vita democratica. Quando i cittadini reagiscono con abulia o assenza agli affari della politica ci si trova a un sintomo di precaria salute della democrazia che dovrebbe allarmare. Il fatto che al turno di ballottaggio delle amministrative si sia recato alle urne solo il 46% degli aventi diritto dovrebbe essere in cima alle attenzioni di una classe dirigente a cui stiano a cuore la solidità dei valori democratici. Invece i commenti dei politici si caratterizzano o per i toni trionfalistici di chi ha vinto ( il centrodestra) o per il tentativo di minimizzare la portata del voto da parte di chi ha subito una battuta di arresto ( il centrosinistra e i cinque stelle). L'analisi politica è oramai esclusiva valutazione del contingente e del “particulare”. Non vi è attenzione per i sintomi patologici , né tantomeno per la ricerca di soluzioni al male di una cittadinanza che si sta tramutando in sudditanza.

Evidente l'affermazione del centrodestra che ha conquistato 16 comuni capoluogo rispetto ai 6 che deteneva dalle precedenti elezioni. Il centrosinistra invece perde ben 9 comuni capoluogo ( tra cui Genova e l'Aquila) e diverse decine di centri con più di 15000 abitanti ( 56 rispetto ai 93 delle precedenti elezioni). Una sconfitta che per Renzi non costituisce un campanello d'allarme. Quella del segretario del PD è un'affermazione grave tanto più se si considera che il risultato odierno fa seguito alla perdita di città come Torino e Roma avvenuta l'anno scarso. Ma non è sorprendente poiché Renzi vede oramai il partito come uno strumento per ritornare a Palazzo Chigi e riprendersi la rivincita personale dopo la batosta referendaria, mentre gli interessa assai meno che nel frattempo il partito Democratico rischi di andare progressivamente incontro all'erosione di un patrimonio di competenze di governo locale e legami con il territorio. D'altronde il segretario di un partito come il PD dovrebbe essere prima di tutto la guida di un popolo; ma se questo popolo è erede di un patrimonio di valori di sinistra in cui Renzi non si riconosce molto ,allora recidere quei legami può essere anche parte integrante di quel processo di trasformazione che vorrebbe portare il PD a essere più centrista e attrattivo verso gli elettori di centro-destra.