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lunedì 2 maggio 2011

Analisi delle conseguenze della morte di Osama Bin Laden.


L'uccisione di Osama Bin Laden ha un significato eminentemente simbolico giacché la capacità operativa, logistica e di addestramento del leader qaedista è da anni quasi nulla. Al Qaeda è oramai una rete in cui le singole cellule agiscono in maniera assolutamente indipendente e il coordinamento era effettuato sopratutto da al Zawahiri, l'ideologo dell'organizzazione. Al momento del raid Bin Laden si trovava ad Abbottabad, a 200 metri dall'accademia militare pakistana e a pochi chilometri da Islamabad: una conferma della rete di protezione di cui ha goduto da parte dei servizi pakistani ma anche di una perdita di potere che ha reso Osama sacrificabile. D'altronde la stessa concezione della guerra islamica globale era entrata in crisi con l'uccisione di al Zarqawi in Iraq nel 2006: il califatto del terrore è stato gradatamente sostituito da uno jihadismo più frammentato e localistico.
Molto interessante è il diretto coinvolgimento della CIA nell'operazione accanto alle forze speciali statunitensi: un evoluzione dei servizi segreti in un ruolo non solo di intelligence che verrebbe rafforzato dalla prossima nomina di Petraeus a capo della stessa CIA.
Sul piano politico interno per Obama un importante successo da investire per riacquisire il consenso in vista delle prossime presidenziali.
Infine c'è la notizia che la prima foto del cadavere di Osama Bin Laden diffusa dalla stampa è un fotomontaggio datato lanciato dalla tv pakistana che si è assunta la responsabilità del clamoroso errore. L'effettiva identità dell'ucciso dovrà comunque essere confermata dall'esame del DNA ma è alquanto improbabile che il presidente americano in persona si sarebbe mosso con un annuncio alla nazione se non assolutamente certo che si trattasse di Bin Laden. .Inoltre se fosse ancora vivo Bin Laden avrebbe tutto l'interesse a dare un colpo alla credibilità dell'amministrazione USA smentendo Obama con una delle sue celebri apparizioni video . In ogni caso è da attendersi su questa vicenda un fiorire della letteratura complottista, sulla falsa riga di quanto successo per l'attentato alle Twin Towers.

mercoledì 23 marzo 2011

Lo Yemen tra aspirazioni alla democrazia e insidie del fondamentalismo islamico


Dopo Tunisia, Libia ed Egitto il vento delle rivolta si è spostato in Medio Oriente. Nello Yemen il regime del presidente Saleh, oramai abbandondato anche da molti suoi luogotenenti, è messo in grande difficoltà dalla protesta e chiede aiuto alla vicina Arabia saudita che era intervenuta militarmente anche in Bahrein per sedare le manifestazioni organizzate dalla maggioranza sciita contro.
I leader dell'opposizione yemenita di fronte alla pesante repressione si sta preparando all'ipotesi di una duratura guerra civile. Ma oltre attivisti a favore della democrazia nello Yemen che si sono fatti sentire nella capitale Sana'a e nelle altre principali loclaità del Paese vi sono oppositori nascosti che da mesi prepararono una guerra molto violenta al regime legati con il fondamentalismo islamico e ad al Qaeda ( che nello Yemen ha una delle sue roccaforti) e in possesso di armi molto pericolose.
Per evitare che l'integralismo islamico prevalga si adombra un intervento di forze ivi compresi gli Stati Uniti, più restie a intervenire in altri paesi come il Bahrein per via dei forti interessi petroliferi che invece nello Yemen non ci sono.

sabato 1 gennaio 2011

Attentato ad Alessandria d'Egitto: nuovo anno, vecchio jihadismo

Il nuovo anno comincia malissimo con un attentato sanguinoso, quasi sicuramente di matrice islamista, ai danni della comunità cristiana copta di Alessandria d'Egitto. Il bilancio della strage è di 21 morti. Iraq, Nigeria e Egitto sono solo gli ultimi luoghi in cui le minoranze cristiane vengono fatte oggetto di violente persecuzioni.

La libertà religiosa sarà uno dei temi spinosi anche per il 2011. E sbaglia chi crede che questi episodi non lo riguardino perchè avvengono in luoghi lontani dall'Occidente. Le Torri Gemelle, la stazione di Atocha a Madrid, la metropolitana di Londra ce lo rammentano con il loro carico di vittime innocenti.

mercoledì 25 agosto 2010

Somalia: Mogadiscio in balia degli scontri tra Shabaab e governativi

Da giorni a Mogadiscio ci sono scontri violenti tra i ribelli islamici Shabaab, legati ad al Qaeda, che controllano parte della città e del Paese e le forze del governo provvisorio sostenute dai soldati di peacekeeping dell'Unione Africana. Decine le vittime tra le quali molti civili. Non c'è pace per la Somalia, un paese da da venti anni in pieno caos.

sabato 13 marzo 2010

La democrazia in Iraq: le ragioni di Bush e l'eterogenesi dei fini


Indipendentemente dal loro esito le elezioni presidenziali tenutesi in Iraq saranno un successo democratico. Sopratutto grazie alla massiccia partecipazione delle donne che si sono recate alle urne nonostante la costante minaccia di attentati. Tanto da far dire al celebre periodico americano Newsweek che posteriori Bush ha avuto ragione ad invadere il paese mediorientale per esportarvi la democrazia.
che la democrazia si possa esportare è un dato di fatto: Si tratta di un concetto emerso in Europa ma che si è andato diffondendo anche al di fuori del vecchio continente. Che essa possa essere introdotto anche con mezzi militari è un altro fatto storico: il caso più clamoroso è quello del Giappone che reduce da un esperienza di tipo autoritario dopo la seconda guerra mondiale passò a un regime democratico con una costituzione di fatto redatta dall'occupante americano. Ma anche l'italia è in parte un caso di democrazie esportata poiché prima dell'avvento del fascismo c'erano state nel nostro paese solo esperienze in cui la partecipazione politiche era appannaggio di una ristretta cerchia di notabili e proprio l'allargamento del suffragio aveva creato i presupposti per la confusione istituzionale da cui sarebbe emersa la successiva dittatura mussoliniana. Solo con l'azzeramento delle vecchie strutture, provocato dal conflitto, si poterono creare i presupposti per un'esperienza istituzionale di tipo nuovo. Quindi da questo punto vista si può capire il perché non misono mai allineato a quei pacifisti che si sono stracciati le viste di fronte alla prospettiva di una democrazia esportata a suon di bombe, salvo poi celebrare ogni 25 aprile l'epopea del partigiano che ha scacciato l'invasore con certo mettendo i fiori nei cannoni.
Il nocciolo della questione sulla politica irachena di Bush non è però inerente alla democrazia esportata o meno. Occorre ricordarsi che l'Iraq venne invaso sull'onda lunga dell'emozione per gli attentati dell'11 settembre e mettendo sul tavolo prove false di legami tenuti da Saddam Hussein con Al Qaeda. Dunque gli americani mandarono i loro figli a combattere su quel fronte non per esportare la democrazia ma convinti che ciò fosse necessario a combattere la minaccia mortale del terrorismo islamico. E Bush e i suoi sodali raccontarono loro un sacco di balle. Con il risultato mandare a morire centinaia di migliaia di giovani e di consentire ad Al Qaeda quell'accesso al territorio iracheno che ai tempi di Saddam le era stato precluso.
In conclusione è augurabile che in Iraq si arrivi davvero a una democrazia compiuto ma se ciò avverrà dovrà essere attribuito all'eterogenesi dei fini di cui sono piene le pagine dei libri di storia e non certo alla volontà dell'ex presidente americano. E i suoi connazionali memori delle sue promesse dovrebbero chiedersi: con l'occupazione dell'Iraq il mondo gli americani sono più sicuri nei confronti degli attentati terroristici?

mercoledì 30 dicembre 2009

Obama sulla graticola dopo il fallito attentato di Detroit

Il fallito attentato del terrorista nigeriano sul volo Amsterdam-Detroit manda su tutte le furie Obamna. Il presidente americano ha parlato genericamente di errori di intelligence ma in molti pensano che egli si riferisse alla CIA che pur avendo ricevuto molti segnali dell'imminenza di un attacco di Al Qaeda si è lasciata cogliere totalmente di sorpresa
Le responsabilità dell'amministrazione Obama sono minime non avendo sostanzialmente avuto il tempo necessario a modificare l'apparato di sicurezza ereditato dal predecessore. Ma non vi èd ubbio che l'episodio avrà conseguenza politiche: il presidentre democratico si trova esposto dall'accusa essere "soft on terrorism". E sono i repubblicani, Dick cheney in testa, a condurre la campagna celo scredita. Gli organizzatori degli attentati prima di trovarsi dello Yemen erano a Gunatanamo fino a due anni fa. E proprio lo Yemen potrebbe essere il bersaglio di prossimi raid dell'aviazione americana contro i campi di addestramento di Al Qaeda

lunedì 21 settembre 2009

la morte dei soldati italiani a Kabul nel quadro del conflitto in Afghanistan


Dopo la morte dei sei parà della Folgore a Kabul si riaccende il dibattito sulla necessità del mantenimento delle nostre truppe o se sia consigliabile procedere in tempi più o meno brevi a un disimpegno militare dall'Afghanistan. Gli interrogativi Per la verità non ci sono solo In Italia. In Germania alla vigilia delle lezioni ci si divide anche su quando e come ritirarsi. Negli Stati uniti cresce il timore di un nuovo Vietnam. D'altronde che si tratti di un teatro difficile da gestire lo ricordano i precedenti di russi e inglesi che si sono letteralmente impantanati sul territorio. Il comandante Usa della spedizione, generale Mc Crystal in un documento riservato alla Casa Bianca ha comunicato che se non mci sarà un aumento delle truppe non sarà possibile ottenere la vittoria. Si lavora ad possibile aiuto della Russia come contropartita della rinuncia di Obama allo scudo spaziale. Improbabile però un diretto coinvolgimento di Mosca sul teatro di guerra.
Qualsiasi scelta si faccia essa avrà un prezzo: se ci si ritira si lascia un paese nel caos, in mano ai talebani e ad Al Qaeda. Con probabili contraccolpi sulla stabilità del Pakistan, paese che non va dimenticato dispone dell'arma atomica. Se si rimane bisogna essere consapevoli di essere in un teatro di guerra, e dare regole di ingaggio adeguate ai nostri soldati per affrontare la situazioni. ma anche prepararsi ad ulteriori perdite.

giovedì 2 luglio 2009

Iraq: comincia il ritiro delle truppe americane. Un bilancio di sei anni di guerra



Gli Usa hanno cominciato da pochi giorni il ritiro delle forze militari dall'Iraq. Si conclude un processo di passaggio di poteri militari iniziato nel novembre scorso che aveva portato le truppe americane a smobilitare nell'area più tranquilla del centro sud mentre nella zona calda dove è ancora forte la presenza di Al Qaeda e degli insorti ( l'area di Mosul, a nord di Baghdad) continuerà il presidio delle truppe americane che affiancherà le forze irachene. Questo processo non comporta ancora una diminuzione dei soldati che attualmente sono 130000. Il ritiro vero ed proprio comincerà salvo complicazioni a settembre con l'apparato logistico se ne andrà mentre le truppe da combattimento rimarrà secondo i piani fino all'anno prossimo. Segno che gli Usa vogliono mantenere una presenza militare sul posto.
L'errore di smobilitare le truppe di Saddam Hussein è stato in parte rimediato: in Iraq si è tornato ad arruolare i militari in servizio con il rais iracheno: ciò ha permesso di migliorare l'apparato di sicurezza iracheno che attualmente conta mezzo milione di persone, ( alcuni poco affidabili, altri meglio addestrati grazie alla collaborazione con la Nato) agevolando il passaggio di controllo del territorio in mano agli iracheni.
Si può fare adesso un primo serio bilancio della guerra in Iraq: sono 4319 i soldati Usa caduti , molti per una guerra che doveva durare pochi mesi, ma una cifra non particolarmente alta per un conflitto che dura sei anni. Rimane il rischio concreto di attentati terroristici contro i civili, ma questa minaccia non è più in grado di creare instabilità politica nel paese. La presenza di truppe americane che probabilmente non terminerà realmente l'anno prossimo costituisce un fattore di stabilizzazione delle tensioni esistenti tra sciiti e sunniti e curdi ( questi ultimi temono che le risorse petrolifere che si trovano nella loro zona vengano acquisite dalle altre etnie con occupazioni forzate): l'interesse comune è quello di trovare un accordo che soddisfi tutti e che allontani il rischio di guerre civili anche se ci sono potenze straniere come l'Iran che cercano di creare divisioni per acquisire un proprio ruolo politico. Questo tentativo di destabilizzazione potrebbe portare paradossalmente al mantenimento delle truppe americane: l'accordo prevede il completamento entro il 2011 del ritiro delle truppe che potrà essere procrastinato fino al 2020 qualora le autorità irachene lo richiedano.

giovedì 20 novembre 2008

Al Qaeda: minacce ad Obama e resa dei conti interna con Bin Laden


Al Qaeda torna a minacciare l'America. Il numero due Al Zwahiri in un messaggio audio attacca il presidente aletto Barack Obama definendolo un "servo negro" che ha tradito l'islam per schierarsi con Israele. Come sottolinea Guido Olimpio sul Corriere si tratta di un messaggio rivolto sopratutto ai suoi, un modo per invitare gli aderenti a non abbassare la guardia e a continuare a considerare gli Statiu Uniti un nemico. Ma ci sono anche parole rivolte direttamente a Bin Laden "ora scegli tu cosa vuoi fare ed assumiti le conseguenze delle tue scelte: come tu giudichi così verrai giudicato» una frase che sembra preannunciare una resa dei conti interna all'organizzazione e un tentativo del medico egiziano di scalzare dalla leadership Osama Bin Laden.
Le parole di Zawahiri di fatto confermano l'analisi fatta dal direttore della Cia, Michael Hayden: «Osama Bin Laden è ormai un leader in pensione, tagliato fuori dalle operazioni quotidiane dell'organizzazione di cui, solo nominalmente, è a capo».