martedì 11 luglio 2017

La morte di Doddore Meloni, ingiustizia di Stato

Non condivido le idee indipendentiste di Doddore Meloni e probabilmente le condanne penali da lui ricevute erano giuste. Ma uno Stato che lascia morire di fame e sete in carcere un uomo di 74 anni compie un crimine non solo verso la persona vittima di questa assurda tragedia ma anche verso l'idea di giustizia e civiltà di cui dovrebbe farsi massimo interprete.

mercoledì 5 luglio 2017

La soluzione per le Banche Venete: paga Pantalone

Lo Stato pagherà circa 5 miliardi per la ristrutturazione delle due banche venete. Ma il conto è assolutamente provvisorio: il governo ha messo a disposizione altri 12 miliardi da utilizzare qualora Banca Intesa nei prossimi tre anni voglia disfarsi di altri crediti acquisiti ma nel frattempo deterioratisi. Si tratta di costi che non graveranno ulteriormente sul debito pubblico in quanto già contabilizzati l'anno scorso nel fondo di 20 miliardi per le emergenze bancarie.
Intesa acquisterà la parte sana delle banche al prezzo simbolico di 1 euro. Inutile scandalizzarsi o gridare al regalo fatto ai banchieri: l'alternativa allo stato attuale sarebbe stata far fallire le banche, gettare sul lastrico i correntisti, e lanciare un drammatico segnale di instabilità sull'intero sistema bancario. Ma è assolutamente doveroso chiedersi se non si poteva far nulla per evitare di arrivare a questo punto con una vigilanza che avesse fatto il suo dovere, e con altri soldi gettati al vento in avventure spericolate e fallimentari come quella del fondo Atlante.
Inoltre, anche se la pazienza del tartassato contribuente italico pare infinita, è troppo esigere che gli amministratori che, elargendo prestiti in modo disinvolto, hanno causato questo disastro siano chiamati a risponderne? Anche perché se non si introduce una vera deterrenza contro questo genere di gestioni scriteriate, le esangui casse pubbliche potrebbero trovarsi presto ad affrontare situazioni analoghe.

lunedì 26 giugno 2017

Ai ballottaggi crisi di partecipazione. Vince il centrodestra e Renzi minimizza

La partecipazione è uno degli elementi essenziali della vita democratica. Quando i cittadini reagiscono con abulia o assenza agli affari della politica ci si trova a un sintomo di precaria salute della democrazia che dovrebbe allarmare. Il fatto che al turno di ballottaggio delle amministrative si sia recato alle urne solo il 46% degli aventi diritto dovrebbe essere in cima alle attenzioni di una classe dirigente a cui stiano a cuore la solidità dei valori democratici. Invece i commenti dei politici si caratterizzano o per i toni trionfalistici di chi ha vinto ( il centrodestra) o per il tentativo di minimizzare la portata del voto da parte di chi ha subito una battuta di arresto ( il centrosinistra e i cinque stelle). L'analisi politica è oramai esclusiva valutazione del contingente e del “particulare”. Non vi è attenzione per i sintomi patologici , né tantomeno per la ricerca di soluzioni al male di una cittadinanza che si sta tramutando in sudditanza.

Evidente l'affermazione del centrodestra che ha conquistato 16 comuni capoluogo rispetto ai 6 che deteneva dalle precedenti elezioni. Il centrosinistra invece perde ben 9 comuni capoluogo ( tra cui Genova e l'Aquila) e diverse decine di centri con più di 15000 abitanti ( 56 rispetto ai 93 delle precedenti elezioni). Una sconfitta che per Renzi non costituisce un campanello d'allarme. Quella del segretario del PD è un'affermazione grave tanto più se si considera che il risultato odierno fa seguito alla perdita di città come Torino e Roma avvenuta l'anno scarso. Ma non è sorprendente poiché Renzi vede oramai il partito come uno strumento per ritornare a Palazzo Chigi e riprendersi la rivincita personale dopo la batosta referendaria, mentre gli interessa assai meno che nel frattempo il partito Democratico rischi di andare progressivamente incontro all'erosione di un patrimonio di competenze di governo locale e legami con il territorio. D'altronde il segretario di un partito come il PD dovrebbe essere prima di tutto la guida di un popolo; ma se questo popolo è erede di un patrimonio di valori di sinistra in cui Renzi non si riconosce molto ,allora recidere quei legami può essere anche parte integrante di quel processo di trasformazione che vorrebbe portare il PD a essere più centrista e attrattivo verso gli elettori di centro-destra.

lunedì 19 giugno 2017

La sfida di Macron: ridare fiducia alla Francia

In Francia le legislative hanno confermato il successo già ottenuto da Macron alle presidenziali: il suo partito La Republique En Marche con il suo alleato Mouvement Democrate di François Bayrou possono contare sula maggioranza assoluta di 350 deputati su 577 dell'Assemblea nazionale. Un mandato chiaro, favorito dal sistema elettorale maggioritario a doppio turno, che conferisce al nuovo presidente piena libertà di azione e contemporaneamente la responsabilità di essere all'altezza delle aspettative di rinnovamento concentratesi nella sua persona. I due partiti tradizionalmente cardini della politica nella V repubblica francese escono fortemente ridimensionati, in particolare i socialisti che con soli 29 seggi sono a rischio sopravvivenza. Ma anche Les Repubblicaines con i loro 112 seggi avranno difficoltà nello svolgere un'opposizione incisiva e a portare avanti l'eredità del gollismo. L'estrema sinistra conferma le sue ataviche divisioni: tra comunisti, sostenitori di Melenchon e altri gruppuscoli di sinistra il bottino è di poche decine di deputati che li destina a un ruolo di mera rappresentanza con scarse possibilità di influenzare l'attività parlamentare. Stesso ragionamento può farsi per l'estrema destra del Front National: Marine Le Pen ottiene 8 seggi neppure sufficienti a formare un gruppo parlamentare.
Le elezioni sono state segnate dal fortissimo astensionismo: ha votato appena il 42% degli aventi diritto. Una partecipazione così scarsa è comunque un segnale di precaria salute per una democrazia. Restituirle nuovo vigore è la sfida più importante e difficile che attende Macron e il suo governo.

lunedì 12 giugno 2017

Il flop dei Cinque Stelle alle Elezioni Amministrative 2017

Il dato più eclatante del primo turno di amministrative è la sconfitta dei cinque stelle che non portano un loro candidato al ballottaggio in nessuna delle città principali. L'exploit del 2016 in cui erano riusciti a conquistare il successo a Torino e Roma non si è ripetuto, a testimoniare la persistente inadeguatezza dei pentastellati nel formare una classe dirigente locale credibile. Ma recitare il de profundis dei grillini sarebbe sbagliato, dato che a livello politico nazionale essi mantengono la capacità di intercettare il consenso di un vasto elettorale scontento per la precaria situazione socioeconomica del Paese.
Nel complesso si registra una profonda frammentazione del voto: nessuna delle forze politiche riesce a ottenere consensi tali da permetterle di vincere al primo turno. La stagione dei sindaci,visti nell'immaginario collettivo come capaci di rimettere in sesto le città sta vivendo un momento di evidente appannamento e coloro che saranno chiamati a amministrare i comuni più che al decisionismo dovranno spesso fare ricorso alla virtù del compromesso nella ricerca di alleanze.

sabato 10 giugno 2017

I guai dei tories: dopo Cameron anche Theresa May inciampa sulle urne

Ancora una volta i conservatori inglesi hanno sbagliato le mosse. Cameron aveva indetto il referendum sull'Europa nella convinzione di poter ottenere un mandato più solido e si ritrovò la Brexit e le dimissioni da premier. Chi ha preso il suo posto, Theresa May, ha sciolto in anticipo il Parlamento allo scopo di ottenere con nuove elezioni una maggioranza più forte che le consentisse di negoziare da posizioni di forza l'uscita britannica dall'Unione Europea. Il risultato delle urne è stato disastroso: con 318 seggi ora la May ha perso la maggioranza e per governare avrà bisogno dell'appoggio dei 10 parlamentari unionisti nord-irlandesi, con la fronda interna rinvigorita e pronta a chiedere la sua testa alla prima occasione utile.
L'altro dato elettorale più rilevante è la concentrazione del voto attorno ai due grandi partiti tradizionali: conservatori e laburisti hanno ottenuto oltre l'80% dei consensi e in particolare il Labour di jeremy Corbyn, che partiva da posizioni considerate dagli osservatori vetero-socialiste e molto precarie, e ha invece mostrato di saper condurre una campagna elettorale appassionata, seducendo i giovani e raggiungendo la quota del 40% dei voti, appena il 2% in meno dei Tories. Da registrare il netto calo dei nazionalisti scozzesi che perdono 21 seggi; ma sopratutto il crollo dei nazionalisti dell'UKIP passati dal 12,6% del 2015, a un misero 1,8%: la loro funzione politica sembra essersi esaurita dopo il voto sulla Brexit e i relativi consensi si sono quasi tutti trasferiti verso i conservatori.

martedì 6 giugno 2017

I sauditi contro il Qatar per isolare l'Iran

La decisione con cui l'Arabia Saudita e altri cinque Paesi hanno rotto temporaneamente le relazioni diplomatiche con il Qatar accusandolo di sostenere rapporti con le organizzazioni terroristiche si basa su un pretesto. Non perché effettivamente il Qatar non abbia foraggiato l'estremismo jihadista, ma perché le connivenze con i terroristi hanno interessato anche le fila degli accusatori ,compresi i sauditi. Il vero motivo della rottura diplomatica sta nei rapporti amichevoli che il Qatar ha cercato di intrattenere con l'Iran sciita, nemico giurato dei wahabiti. Il pugno duro dei sauditi è favorito anche dalla recente visita di Trump in cui il presidente americano ha avvalorato la posizione di Ryad di associare la lotta al terrorismo al contrasto verso il regime di Teheran. La nuova amministrazione americana ha così messo ulteriore benzina nell'incandescente scenario medio-orientale non tenendo conto di come il terrorismo islamico sia una manifestazione del rinfocolarsi delle millenarie tensioni tra sunniti e sciiti, che andrebbero stemperate con una sapiente opera di mediazione tra le parti e non alimentate parteggiando per le posizioni più estremiste rappresentate in questo caso proprio dai sauditi.

lunedì 24 aprile 2017

Francia: la lezione di Macron e Le Pen ai partiti tradizionali

Qualunque sia l'esito finale del ballottaggio, già al primo turno le presidenziali francesi hanno offerto un risultato storico. Per la prima volta nella V repubblica il Presidente non sarà un esponente dei due partiti tradizionali, gollisti e socialisti. Il leader dei Les repubblicaines Fillon giunto terzo con il 20% dei voti è rimasto invischiato negli scandali personali ( i presunti compensi illeciti ricevuti dalla moglie come assistente parlamentare) che ne hanno inesorabilmente indebolito la candidatura mentre il socialista Hamon non è riuscito a ribaltare la pessima impressione lasciata dalla presidenza Hollande ed è andato incontro a un'autentica disfatta raccogliendo appena il 6% dei consensi. Una Caporetto da cui forse i socialisti potrebbero non rialzarsi più, tanto più grave se si considera il sorpasso operato all'estrema sinistra da Melenchon con il 19,6% dei voti. La Francia rurale che ha premiato la candidata dell'estrema destra Marine Le Pen e quella delle grandi città che ha preferito il centrista indipendente Macron sembrano manifestare la volontà di dare un taglio netto con il passato. Ma forse potrebbe trattarsi di un cambio rivoluzionario solo apparente, in cui l'alternativa tra un'opzione xenofoba e populista e il più rassicurante riformismo europeista di Macron nascondono le inquietudini di un Paese che ha voluto dare un segnale punitivo alla sua tradizionale classe di governo, portatrice di una cultura politica che però continua a mantenere solide radici nell'opinione pubblica e che potrebbe già rialzare la testa nelle legislative di giugno.

sabato 8 aprile 2017

Il controverso raid aereo di Trump contro Assad aiuta la lotta al terrorismo?

Per quanto Assad possa essere un dittatore detestabile, il raid aereo ordinato da Trump in reazione all'attacco compiuto dal regime siriano nella provincia di Idlib è assai discutibile per diversi motivi.
Anzitutto al momento del raid non vi era la prova certa che fosse stato il regime di Assad ad avere utilizzato le armi chimiche contro la popolazione. Le testimonianze dei sopravvissuti e le modalità dell'attacco inducono ad un forte sospetto, ma non ad avere la certezza circa le responsabilità di Assad.
Va rilevato anche come Trump abbia agito bypassando la diplomazia e il ruolo del Consiglio di sicurezza dell'ONU. La sua azione unilaterale è stata fortemente criticata dalla Russia che l'ha definita un'aggressione contro uno Stato sovrano. I rapporti tra le due potenze si complicano con conseguenze al momento non prevedibili.
Controverso è anche il fatto che Trump non abbia chiesto nemmeno l'autorizzazione al Congresso. La giustificazione addotta dai suoi sostenitori secondo cui il presidente avrebbe agito sulla base dei poteri conferitegli dopo l'11 settembre non appare del tutto convincente in quanto tali poteri sono funzionali alla lotta contro le organizzazioni terroristiche come Al Qaeda e ISIS con cui però Assad non ha alcun legame.
Trump ha così trasferito il suo tratto caratteriale imprevedibile nella politica estera americana e benché il raid aereo sembri destinato a rimanere per ora un gesto isolato e dimostrativo, rimangono però molti interrogativi sull'efficacia e utilità per gli Stati Uniti di comportamenti così estemporanei nei rapporti sia con gli alleati che con interlocutori essenziali ma più problematici come Russia e Cina. Anche perchè la prospettiva di creare divisioni tra i protagonisti del fronte antiterrorismo sembra avvantaggiare prima di tutto proprio l'ISIS che prima di questi fatti appariva destinata ad un inesorabile declino.

lunedì 13 marzo 2017

Gli 80 euro e il bonus bebè: gemelli diversi nell'efficacia

Negli ultimi anni i bonus sono entrati con prepotenza nella prassi e nel linguaggio politico-economico italiano. Promossi in particolare dal governo Renzi e in gran parte confermati da Gentiloni sono uno strumento oggetto di giudizi controversi, anche perché molto diversi sono stati i risultati ottenuti a seconda dell'ambito in cui sono stati utilizzati.
In particolare gli 80 euro sono stati forse la misura di politica economica più efficace del governo Renzi. Si tratta semplicemente di una riduzione delle tasse per lavoratori dipendenti e assimilabili nell'aliquota che va dagli 8000 fino ai 26000 euro. I suoi effetti positivi sono stati visibili nei consumi delle famiglie, e di conseguenza nell'incremento della domanda aggregata e del PIL ( la cui crescita è stimata allo 0,9 nel 2016).
Il cosiddetto bonus bebè, assegnato alle famiglie come stimolo all'incremento delle nascite appare invece una misura estemporanea in un quadro di politiche demografiche alquanto deficitario rispetto a modelli assai più efficaci come quello francese che presentano un'ampia diffusione dei congedi parentali e una presenza capillare degli asilo nido. Il suo impatto infatti è stato sinora praticamente nullo come mostra l'ultimo rapporto Istat che registra per il 2016 solo 474mila nuovi nati, nuovo livello minimo rispetto ai 486mila del 2015.

venerdì 17 febbraio 2017

Nel PD la guerra fra bande materializza lo spettro della scissione

La voce dal sen fuggita di Del Rio che accusa Renzi di non aver fatto nemmeno una telefonata per evitare la scissione nel Pd, conferma alcuni elementi che erano già intuibili ma che ora vengono rivelati con brutale evidenza. Anzitutto ora sappiamo che a Renzi dell'eventuale scissione non interessa nulla, anzi la auspica per liberarsi di un'opposizione interna da lui considerata un mero ostacolo alla realizzazione del suo progetto politico. In secondo luogo viene svelata come la principale preoccupazione dei fedeli renziani sia quella di accaparrarsi le poltrone rese disponibili dall'abbandono degli scissionisti. Ancora più deprimente è lo sfondo di un partito che oramai ha perso qualsiasi spirito comunitario, per ridursi a terreno di una guerra fra fazioni divise da odi personali e contrapposte ambizioni di potere.
Il primo responsabile di questa degenerazione è proprio Renzi che da segretario del partito avrebbe il dovere di esplorare tutte le possibili ragioni per una proficua convivenza nel pluralismo delle opinioni e che invece nel suo desiderio di circondarsi di servitori ubbidienti pare interessato solo ad esplorare la logica della conflittualità verso chi porta visioni e sensibilità diverse dalle sue.
D'altronde la minoranza non è innocente ma complice dello sfascio e con la sua linea velleitaria di perenne contestazione talora sfociata in attacchi alla persona di Renzi ha mostrato la sua incapacità di proporre valide alternative all'attuale leadership piddina.
Al momento non è dato sapere se si giungerà realmente alla scissione, ma anche in caso di ricomposizione temporanea la frattura sia sul piano personale che programmatico sembra così profonda e consolidata da apparire difficilmente ricomponibile.

lunedì 30 gennaio 2017

Dopo la Consulta cercasi legge elettorale per la governabilità

Con l'eliminazione del ballottaggio dall'Italicum, la Corte Costituzionale ha restituito all'inerte classe politica un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale per entrambi i rami del Parlamento e dunque tale da consentirle in teoria di poter andare subito al voto, nonostante permangano importanti differenze ( il premio di maggioranza al 40% nella Camera, le elevate soglie di sbarramento dell'8% per la lista e del 20% per la coalizione al Senato). Nella pratica però è molto probabile che dalle urne emerga un quadro politico assai frammentato e dunque incapace di produrre maggioranze solide e governi stabili.
Sarebbe necessario che, dopo la supplenza della Consulta, la politica riprendesse il primato dell'azione e si adoperasse per correggere la legge elettorale in modo da rafforzare la prospettive di governabilità per la prossima legislatura. Sul tema le forze politiche hanno però interessi e idee molto divergenti e non sembra ci siano i presupposti per un compromesso al rialzo. Spingono per il maggioritario quelle formazioni come Lega e Pd che ritengono di avere una solida struttura a livello territoriale capace di produrre una batteria di candidati di collegio credibili. Viceversa i Cinque stelle propendono per il proprorzionale proprio perché si sentono ancora indietro nella costruzione di una classe dirigente. Anche Forza Italia appare orientata verso il proporzionale nella speranza di mantenersi centrale nel quadro politico, nonostante l'erosione di consenso avvenuta in questi ultimi anni. Emerge uno scenario in cui ogni partito si affanna a coltivare il proprio piccolo orticello, incurante delle superiori esigenze di un Paese chiamato ad affrontare le sfide di un economia da rilanciare dopo anni di recessione e di un quadro internazionale reso sempre più confuso dalla Brexit, dagli esordi in America della presidenza Trump e con alle porte le elezioni francesi e tedesche.

venerdì 27 gennaio 2017

Il mestiere della politica e la trave nell'occhio della Chiesa

"Non è normale che ci siano due leggi elettorali frutto del lavoro della magistratura. Vuol dire che la politica non ha fatto il suo mestiere". Analisi perfetta quella di monsignor Galatino, segretario generale della CEI. Con qualche riserva però sull'opportunità che la predica ai politici italiani giunga proprio da quel pulpito. Anzitutto perchè le autorità ecclesiali è bene che non si occupino troppo di politica. Ma sopratutto perchè a giudicare dai continui scandali e dalle chiese sempre più desolatamente vuote di fedeli, anche il clero non sta svolgendo bene il proprio mestiere di cura delle anime. E' opportuno quindi rammentare il principio liberale della libera Chiesa in libero Stato, dove per Chiesa libera si intenda anche una Chiesa capace di scorgere prima di tutto la trave conficcata nel proprio occhio.

mercoledì 18 gennaio 2017

La Turchia nella morsa del terrorismo si affida al sultanato di Erdogan

All'indomani della cattura del responsabile della strage di Capodanno al night Reina di Istanbul occorre riflettere sui motivi per cui la Turchia nell'ultimo anno e mezzo è diventato un bersaglio primario del terrorismo con decine di attentati e oltre 100 morti complessivi. All'origine vi è la politica ambigua perseguita da Erdogan che dopo aver appoggiato i jihadisti contro Assad si è volto all'alleanza con Russia e Iran in difesa del regime siriano, lasciando Aleppo, una delle città simbolo dell'impero ottomano alla mercé dello sciismo e suscitando il risentimento di molti alleati sunniti.
Inoltre Erdogan nella sua azione di repressione dell'opposizione ha perseguito anche numerosi elementi delle forze di sicurezza che non sono state sostituite adeguatamente, rivelando di conseguenza la loro impreparazione nel prevenire e reprimere le ondate di attentati.
Nel frattempo Erdogan utilizza lo spettro della minaccia del terrorismo per giustificare il processo di modifica della costituzione in senso presidenzialista che dovrebbe portare a un ulteriore rafforzamento dei suoi poteri. Nel progetto di riforma sparisce la carica di primo ministro e il presidente della Repubblica diventa l'unico titolare della guida dell'esecutivo con l'ausilio di due vicepresidenti, vedendo aumentare in modo considerevole la possibilità di ricorrere alla decretazione d'urgenza. Erdogan guida la Turchia dal 2002 ma, qualora la riforma venisse approvata a seguito del voto nel referendum popolare, potrebbe ricandidarsi per ulteriori due mandati da presidente della durata di cinque anni ciascuno, rimanendo al potere fino al 2029. Sempre che frattempo non sopravvenga qualche ulteriore revisione della Costituzione che gli consenta di prolungare a tempo indeterminato la sua permanenza al potere.

mercoledì 7 dicembre 2016

Disagio sociale e fiducia nella Costituzione

Doveva essere un voto sulla Costituzione ma alla fine è stato anche un esame per il governo. Renzi ha perso la sfida della riforma costituzionale in modo più netto di qualsiasi previsione dei sondaggi, sopratutto perché nelle urne i giovani e il sud hanno voluto far sentire massicciamente un disagio sociale sottovalutato da chi regge il Paese. La personalizzazione del voto da parte del presidente del Consiglio ha inoltre fornito ai suoi avversari,dentro e fuori al Pd, un'occasione facile e insperata per metterlo in difficoltà. L'elevata partecipazione rende ancora più rilevante il peso della sconfitta.
Oltre alla debacle del premier, l'altro elemento significativo che emerge dalla consultazione referendaria è l'amore dei cittadini italiani per la Costituzione che ha saputo garantire in Italia 70 anni di democrazia. Già Berlusconi nel precedente tentativo di riforma del 2006 dovette scontrarsi con lo zoccolo duro degli elettori che ha ben più fiducia nella classe politica del 1948 rispetto a quella attuale. Una quota rilevante di popolazione vede dunque nella Carta un punto di riferimento ancora solido in un'epoca di ben scarse certezze. Ciò non significa che la Costituzione non possa essere migliorata in quelle parti che sentono maggiormente l'usura del tempo . Ma forse i politici ora ci penseranno due volte prima di usarla per farsi propaganda.